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La prima volta al sud Italia, per un viaggio fra musica, luci e immagini pronto a coinvolgere i fan più competenti, ma non solo. Domani sera gli irlandesi “God is an astronaut” si esibiranno all’Eremo Club di Molfetta per la terza data del loro tour italiano (biglietti in prevendita a 18+2 euro su Booking Show). Alla vigilia dell’evento, il vocalist e chitarrista della band Torsten Kinsella racconta il viaggio della band fra suoni, influenze e un continuo ossimoro di sensazioni.

Torsten, benvenuti. Cosa rappresenta per voi l’Italia e cosa ti aspetti dal sud Italia?

Grazie. L’Italia è il luogo dove abbiamo alcuni dei più attenti e appassionati fan, che comprendono in profondità la nostra musica. Siamo pronti ad affrontare assieme al pubblico della Puglia un viaggio di un’ora e mezza oltre i confini della realtà.

Avete detto di aver conosciuto la musica dei Mogwai e dei Godspeed You! Black Emperor dopo la pubblicazione di “All is Violent, all is Bright”: dunque, quali sono stati i vostri riferimenti musicali nei primi anni di attività?

Quando abbiamo pubblicato il primo album, i paragoni erano con i Massive Attack e addirittura Moby. L’aggiunta della batteria “live” nel secondo album, all’improvviso siamo stati accostati a gruppi che non conoscevamo. Al netto di qualche somiglianza c’è con queste band, il contesto era totalmente differente: i nostri arrangiamenti erano più brevi, non c’era moltissima strumentazione elettronica nel post rock, che è il nostro background. Eravamo contenti di non essere etichettati come “dance music”, un vero e proprio bacio della morte all’epoca. E odiavamo quando la gente pensava che il nostro nome fosse ispirato a “Godi s a DJ”, per cui il post rock è stato un gradito cambiamento. Stilisticamente stavamo lavorando su quanto avevamo iniziato a costruire con il primo album, stavamo finalmente raccontando la nostra storia e non eravamo più interessati, né ci riguardava l’appartenere a una scena musicale.

Come ci si scrolla di dosso i paragoni, specie se non graditi?

I paragoni non ci hanno mai toccato. Sapevamo, dentro di noi, che avevamo qualcosa di unico da dire. Abbiamo creduto nella nostra musica e credo che nel tempo abbiamo guadagnato il rispetto di tanti fan del post rock che in precedenza ci avevano giudicato in maniera negativa.

Sembra che abbiate intrapreso un viaggio verso la perfezione del suono e la ricerca di nuove dimensioni: qual è la destinazione finale?

La destinazione finale sarebbe il punto di non ritorno, l’ultima fuga da qui.

“Helios | Erebus” offre un songwriting più heavy, un cambio di direzione rispetto a Origins: dove nasce?

Origins  stato il nostro album sperimentale, abbiamo mutuato alcune delle idee sonore di quell’album e le abbiamo combinate con le sonorità che avevano contraddistinto i nostri precedenti lavori.  L’unione di questi elementi, unita a ritmi più pesanti e complessi, ha dato vita a Elios Herebus. Dal punto di vista emotivo, siamo stato influenzati dalla barbarie che ci circonda.

State lavorando a una nuova storia, a un nuovo album?

Si ed è piuttosto dark, scritto in memoria di un caro, dolce e giovane membro della nostra famiglia che ci è stato strappato in maniera crudele e tragica. E’ una storia straziante che ci ha segnati per sempre.

C’è un album dei God is an astronaut che ami più di altri o un album cui la band è più affezionata, rispetto ad altri?

Arduo scegliere: li amiamo tutti. “All is violent” mi fa particolarmente vibrare, con quel suo mood invernale senza tempo. Ma anche Helios / Herebus ha quell’atmosfera dark e misteriosa che mi attira molto. The End of the beginning è un album che oggi suona nostalgico e tormentato, mi riporta all’inizio del nostro viaggio.

Il suono coinvolgente, ma anche la magnificenza delle luci e la potenza delle immagini: come studiate il vostro “full audio visual show”?

Abbiamo cercato di sostituire le immagini con qualcosa di diverso, quando queste erano diventate ormai un cliché. Ci siamo riusciti grazie a Derval Freeman, la nostra ingegnera delle luci, che ha un occhio particolarmente talentuoso e intende la musica come un viaggio.

A cosa pensi, quando suoni?

Dipende dal brano. Quelli più dolci mi portano in un luogo buio e il mio umore si adegua. “Forever lost” invece mi riporta a un periodo in cui i miei nonni erano vivi, in una calda giornata d’estate nei primi anni Novanta. In genere, quando suoniamo, il mio umore è sempre grigio, mi proietto in un posto che si trova nel profondo della mia anima. Mentre la nostra musica rende felici le persone, per me può essere anche triste e oscura e richiamare emozioni tristi. Molte dei miei pensieri negativi, negli anni, sono confluiti in queste canzoni. Per questo, ogni show può essere mentalmente estenuante.

Se volessi invitare un giovanissimo a scoprire i God is an astronaut LIVE domani sera, che parole mi suggerisci di usare?

Direi all’interessato o all’interessata che la nostra musica è emozione pura, un continuo scontro di tenebre e luce, con una tensione che cresce e cresce, per poi detonare con una potenza esplosiva.


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