La rivoluzione delle energie rinnovabili: stop alla produzione di auto Volvo a benzina e diesel

Si tratta della prima casa automobilistica ad annunciare l’addio alla combustione basata sul petrolio


Una delle notizie economiche più importanti della settimana è la rivoluzione annunciata dalla casa automobilistica Volvo: dal 2019 non saranno più prodotte auto a trazione basata su idro-carburi (benzina e diesel per intenderci), ma solo auto elettriche e, in misura minore, ibride.

Una novità assoluta, passata forse in silenzio come tutte le notizie che lanciano prospettive di medio lungo periodo (per quanto il 2019 sia più vicino di quanto sembri!), nonostante possa rappresentare una novità impattante sulla vita di milioni di persone, da subito.

Ma, oltre ad una rivoluzione tecnologica e di abitudini consolidate da generazioni, questa scelta è un segnale anche del trend che l’economia mondiale ha ormai consolidato, col graduale passaggio da una produzione basata sul petrolio ad una sempre più orientata alle rinnovabili.

La Volvo è una casa automobilistica svedese fondata nel 1927, di storiche tradizioni anche in termini di efficienza e capacità innovative. E’ stata però rilevata dal principale gruppo cinese del comparto auto Geely, nel 2010.

E adesso è la prima casa automobilistica ad annunciare l’addio alla combustione basata sul petrolio. Come detto la questione è rivoluzionaria di per sé per motivi tecnologici, perché il passaggio all’alimentazione elettrica comporta almeno due novità impensabili fino a qualche anno fa. Intanto si era sempre pensato che un motore elettrico non potesse raggiungere le prestazioni in termini di potenza di un motore classico. Dopo anni di ricerca si è arrivati finalmente ad una efficienza abbinata ad una potenza sufficiente. La seconda rivoluzione è quella delle “colonnine di ricarica”, cioè il progressivo e irreversibile ricambio tra i vecchi distributori di benzina, e i nuovi distributori elettrici. Anche su questa fattispecie, il processo è ormai più avviato di quanto si possa pensare: in Scandinavia, ma anche in diversi paesi dell’est europeo, o in Israele, sono già la metà dei distributori e gli autobus da anni hanno abbandonato la trazione a petrolio.

Tutto ciò è già di per sé storico e apre la strada ad una serie di reazioni a catena che interverranno sull’industria automobilistica, sull’indotto dell’auto e persino sul paesaggio delle città.

Ma non è tanto questo il punto, quanto il complessivo quadro dell’economia prossima ventura. Si è ormai avviato uno storico processo di USCITA dalla DIPENDENZA dal petrolio.

Negli ultimi anni ci sono stati massicci investimenti (nell’ordine dei TRILIONI di DOLLARI) pubblici e privati, verso le rinnovabili e verso l’evoluzione della tecnologia nel settore delle energie. Lo stesso petrolio viene estratto con costi inferiori (ed è uno dei motivi per cui il prezzo del greggio è crollato nell’ultimo quadriennio). E ancora più investimenti verranno effettuati nei prossimi anni. Il dato più interessante è che le aziende che più sono interessate a questa trasformazione, sono proprio quelle petrolifere. Per esempio la inglese British Petroleum e la olandese Shell, colossi del settore, sono ormai, direttamente o indirettamente, quasi monopoliste anche nei settori di alcune rinnovabili (e nella produzione delle colonnine elettriche per esempio). Una situazione curiosa e indicativa, che magari comporta qualche dubbio su eventuali conflitti di interesse, ma questa è un’altra storia.

A noi, “uomini comuni”, queste grandi manovre internazionali e intersettoriali devono però suggerire soprattutto un messaggio, confermato dalla maggioranza degli economisti mondiali. Andiamo incontro ad un periodo di grande sviluppo, per certi versi neanche del tutto comprensibile con gli occhi di oggi.

L’energia costerà sempre meno, dando un impulso clamoroso alla crescita mondiale dei prossimi anni, verso la quale fino a qualche decennio fa c’erano molti dubbi, proprio per la dipendenza da un elemento non inesauribile, come il petrolio. E sarà energia sempre più pulita, cioè con impatti non troppo invasivi sulla salute del pianeta terra e sull’integrità dei territori e della qualità della vita. Ancora, la rivoluzione in atto farà nascere nei prossimi 10-15 anni, nuove professioni, interi indotti oggi neppure esistenti e persino immaginabili. Una vera rivoluzione industriale, la “Quarta” per l’esattezza, dopo quelle dell’800, del secondo dopoguerra e dell’avvento di Internet. Una rivoluzione industriale che sarà anche (si spera) appannaggio di molti milioni di uomini oggi ancora esclusi degli standard di qualità di vita elevati, diffusi solo in pochi paesi occidentali. Il settore energia infatti trainerà anche quello dei viaggi, della produzione agricola e di cibo, e della biotecnologia.

Un panorama di medio lungo periodo assai incoraggiante: crescita di ricchezza mondiale e della qualità della vita, spinta da una combinazione raramente avvenuta in precedenza, ossia quella tra energia e risorse a basso costo, sviluppo tecnologico impetuoso e crescita demografica. Ecco perché, ben prima che il 2019 o il 2020 inizino a cambiare le nostre abitudini, lo stesso messaggio di ingresso o trasferimento verso questa nuova era è un segnale positivo nel quale ognuno può trarre speranze che vanno oltre la mera crescita economica, e arrivano allo sviluppo umano nel senso più ampio del termine.

 

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