Un gruppo di amici, il ricordo vivo dei tempi del college e un tragico confronto con l’età adulta. Con Friends from college, Netflix abbandona momentaneamente il mondo degli adolescenti (e dei pre-adolescenti) per addentrarsi in quello dei neoquarantenni e raccontarci la loro triste esistenza. Si perde in meraviglia e poesia, e si assiste – sin dalle prime battute – alla sottile rabbia che scorre tra i personaggi, che elaborano il lutto degli anni perduti con cinismo e ipocrisia. Ethan (Keegan-Michael Key), Lisa (Cobie Smulders), Sam (Annie Parisse), Max (Fred Savage) e Marianne (Jae Suh Park) fanno parte di quell’ambiente dorato, di cui spesso si parla nelle serie americane: ex-studenti di Harvard, combattono la loro lotta quotidiana in posizioni professionali invidiabili, trovando il tempo di far festa in locali di lusso e seconde case di campagna e – non ultimo –  pugnalarsi alle spalle, nella noia della vita adulta dove nulla è bello come sembra.
Con un cast di attori brillanti, Friends from college non manca di regalare allo spettatore momenti di amara ironia, disseminando qua e là sipari di pura crudeltà, in cui la solidarietà e la lealtà sono sostituite senza troppi scrupoli dalla rivalità e dall’egoismo; contrariamente a molte serie sull’amicizia, con quest’ultimo prodotto di casa Netflix condivide ambientazioni e interpreti, non si vuole dare al pubblico un messaggio positivo, sottolineando invece la quasi totale vacuità dei rapporti umani.

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Cobie Smulders, tanto attesa dal piccolo schermo dopo il discusso epilogo di How I met Your Mother, si allontana con difficoltà dal personaggio che l’ha resa famosa. Lisa, infatti, sembrerebbe una versione più debole di Robin Scherbatsky, quasi una possibile proiezione della giornalista in un futuro deludente. Sopra le righe e forzate le performance degli altri attori, specialmente quella di Keegan-Michael Key, che propone un protagonista debole, a tratti irritante: un cliché piuttosto piatto dei quarantenni degli anni duemiladieci, irresponsabili, maldestri e in piena sindrome di Peter Pan.
L’aria snob che circonda le riunioni degli amici, il tono di sufficienza con cui si relazionano tra loro e con il mondo circostante, traghetta la serie in un’area grigia: né sit com, né drama (si noti anche la lunghezza dell’episodio, non i venti minuti della prima, non i quaranta della seconda), Friends from college si inserisce in un genere ibrido, nei temi e nei toni. Non male, in sé, ma non entusiasmante in questo caso.
Questa, come altre esperienze sul piccolo schermo e negli altri media, si serve di una scrittura che analizza il mondo per raccontarlo in una delle sue versioni più squallide, venendo meno al valore edificante della narrativa. Lungi dal fare di questa recensione uno sproloquio moralista, la scrittura e la regia sembrano comunque arenarsi su un livello esteta e superficiale, forti nella tecnica, ma mute e sorde a quella sensibilità che sarebbe tanto bello ritrovare in ciò che si vede, siano anche questi prodotti di “solo” intrattenimento.

Bif&st 2019 Bari
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