Un nuovo marcatore, l’Acquaporina-1, in grado di fare capire se la dialisi peritoneale sta funzionando correttamente nei pazienti con insufficienza renale che fanno ricorso a questa terapia. A scoprirlo un team di ricerca del Dipartimento di Bioscienze, Biotecnologie e Biofarmaceutica Biologia e del DETO dell’Università di Bari. A coordinare lo studio il professore associato del dipartimento di Bioscienze, Giuseppe Procino. La parte clinica ha visto la fondamentale collaborazione dell’Unità di Dialisi Peritoneale del DETO, del Policlinico di Bari diretta dal prof. Tino Gesualdo.

Professore, in cosa consiste la vostra scoperta?

“La dialisi peritoneale, al pari della classica emodialisi è un trattamento terapeutico mirato ad eliminare l’eccesso di liquidi, tossine e prodotti di scarto del metabolismo, che il paziente con insufficienza renale cronica non può eliminare con le urine.
La procedura consiste nell’introduzione di una soluzione all’interno della cavità addominale del paziente mediante un catetere. Questa soluzione è in grado di richiamare l’acqua in eccesso e tossine, dal sangue del paziente attraverso la membrana peritoneale che è appunto una membrana molto vascolarizzata che riveste la maggior parte degli organi interni. Al termine della sosta di qualche ora, ripetuta nell’arco della giornata, questa soluzione viene eliminata e con essa queste sostanze indesiderate. Il vantaggio rispetto alla emodialisi sta nel fatto che la maggior parte dei pazienti, opportunamante istruiti, può effettuare questa terapia a domicilio, a tutto vantaggio della loro autonomia e qualità di vita.
Gli inconvenienti, e qui entra in gioco la nostra ricerca, stanno nel fatto che questa delicatissima membrana può perdere nel tempo la capacità di filtrare queste sostanze ed il paziente deve sospendere la dialisi.
Questa ricerca ha condotto alla identificazione di un nuovo biomarker, rilasciato dal paziente, e che può essere misurato nel liquido peritoneale. Nelle soluzioni dialitiche, al termine del ciclo di dialisi, noi abbiamo trovato una proteina, l’Acquaporina-1, che può essere dosata ed abbiamo osservato la sua abbondanza è correlata con l’efficienza con cui avviene il processo di dialisi. Crediamo quindi che possa diventare un marker predittivo per capire nel tempo se il paziente mantiene la sua capacità di effettuare la dialisi peritoneale o si avvia verso il declino di questa capacità.”

Che vantaggi potrebbe portare questa scoperta?

“Conoscere per tempo il declino della funzionalità della membrana peritoneale potrà permettere ai clinici di intervenire tempestivamente con trattamenti terapeutici idonei per ripristinarla. Questo al fine di ripristinare una buona funzione della membrana peritoneale e permettere ai pazienti di poter effettuare la dialisi peritoneale per tempi sensibilmente più lunghi. Tutto questo a vantaggio della salute e della qualità di vita del paziente con malattia renale.
Inoltre, il vantaggio di utilizzare questo biomarcatore sta nel fatto che l’approccio è totalmente non invasivo e potrà soppiantare la necessità di effettuare biopsie ripetute nel tempo. Quindi meno ricoveri e meno procedure invasive per il paziente”.

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