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«Non pochi dubbi» sono «emersi sulla linearità con cui alcuni soci di riferimento, tra cui la Debar spa, hanno effettuato alcune manovre in merito alla cessione di un consistente lotto di azioni della Banca Popolare di Bari nel mese di marzo 2016».

È uno dei passaggi dell’ordinanza di arresto nei confronti degli ex vertici dell’istituto di credito barese, tra i quali l’ex presidente Marco Jacobini e suo figlio Gianluca, ex co-direttore. Il riferimento è al presunto «trattamento di favore» che la banca avrebbe «riservato ad alcuni soci, come la Debar spa (famiglia De Bartolomeo)». «La società è riuscita, grazie all’annullamento della prima asta ed al conseguente ripristino manuale delle priorità, – si legge negli atti – ad alienare 430.000 azioni per un controvalore di 4.097.900 euro, tutte acquistate dal Gruppo assicurativo Aviva. Ciò induce a sospettare che i vertici di BpB da un lato, possano aver riservato al socio un trattamento di favore, consentendole la liquidazione dell’investimento azionario ad un prezzo ancora appetibile (9.53 euro), di lì a breve abbassato a 7.50 euro; dall’altro, abbiano consentito al Gruppo Aviva (divenuto poi partner per la distribuzione di polizze assicurative), di entrare pesantemente nella compagine sociale della stessa BpB, non si esclude in esito ad un preordinato sistema di pattuizioni».

Secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbero state «riconosciute a 5 clienti (sulle centinaia che ne avevano fatto richiesta, ndr) le perdite subite per la mancata esecuzione della vendita in aste antecedenti la diminuzione del prezzo azionario. A titolo esemplificativo fra gli ordini di vendita inseriti manualmente ex post rileva per importo quello impartito dalla Debar Costruzioni S.p.A. e avente ad oggetto 430.000 azioni BpB», che sarebbe stato «eseguito nell’asta del 21 marzo 2016». «Del tutto singolare – si evidenzia negli atti – è la circostanza che, d’accordo con la banca, Aviva ha comprato titoli che nel giro di un mese si sono svalutati del 20% per decisione della banca stessa, subendo una minusvalenza di 4 milioni di euro». Mentre, cioè, con l’accordo del gennaio 2016 Aviva era obbligata ad acquistare azioni per 50 milioni di euro sul mercato secondario con la conseguenza di dover versare i denari direttamente ai soci che vendevano le loro azioni a 9,53 euro l’una, invece con il successivo accordo transattivo del 28 ottobre 2016, tale possibilità per i soci praticamente spariva perché i residui acquisti di azioni dovevano avvenire mediante sottoscrizione dell’aumento di capitale, con la ineluttabile conseguenza che Aviva doveva versare questi denari non più direttamente ai soci ma nelle casse della Banca, nella regolare disponibilità del Consiglio di Amministrazione e non più dei soci«.


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