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«Con la pandemia aumenta la cosiddetta “usura di quartiere” o della porta accanto, alla quale le persone ricorrono per garantire un piatto a tavola, l’acquisto di medicinali e beni di prima necessità. Un fenomeno più difficile da denunciare perché esiste un presidio del territorio da parte delle organizzazioni malavitose assicurato attraverso la distribuzione di pacchi viveri e piccoli prestiti».

È quanto denuncia monsignor Alberto D’Urso, presidente della Fondazione Antiusura di Bari ‘San Nicola e Santi Medicì che durante il «periodo Covid ha più che raddoppiato gli interventi mettendo a disposizione provvidenze per oltre 200mila euro». D’Urso, per descrivere il fenomeno, cita ad esempio l’operazione “cravatte rosa” che nei giorni scorsi ha portato all’arresto di 13 donne baresi accusate a vario titolo di usura ed estorsione. E ricorda che alla base delle richieste di prestiti «quasi sempre c’è la perdita o la mancanza di lavoro, la riduzione dello stipendio a causa del Covid, il ricorso all’azzardo, la cassa integrazione che nella migliore delle ipotesi è arrivata dimezzata e in forte ritardo». Le richieste di aiuto, evidenzia, «sono aumentate sia numericamente, sia per entità dei debiti».

«E’ necessaria più che mai – conclude – un’alleanza tra le istituzioni e i cittadini. I servizi sociali comunali sono insufficienti, devono essere nettamente potenziati, così come è importante assicurare alle famiglie provvidenze per soddisfare beni di prima necessità. Il tempo è ormai maturo per garantire anche alle famiglie che denunciano gli usurai l’accesso ai benefici statali».


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