Oltre quindicimila anime invisibili che popolano i vicoli, i giardini e i cortili della nostra città. I gatti randagi di Bari non sono solo parte del paesaggio urbano, ma un indicatore del grado di civiltà della comunità. Eppure, nonostante il Comune riconosca un contributo alla LAV per le cure post-operatorie, il sistema sembra reggersi su un equilibrio fragilissimo, sostenuto quasi esclusivamente dalle spalle – e dalle tasche – dei volontari. A lanciare il grido d’allarme è Silvia Regina, promotrice di una petizione su change.org il cui messaggio è chiaro: “gattare” e “gattari” non possono più essere lasciati soli a gestire un’emergenza quotidiana che dura 365 giorni l’anno.
“Siamo noi che nutriamo, curiamo e trasportiamo i gatti dai veterinari a nostre spese”, spiega la promotrice. Senza l’impegno costante di questi cittadini, il lavoro delle associazioni ufficiali si bloccherebbe. Il paradosso barese è tutto qui: il Comune paga per curare l’emergenza, ma non investe abbastanza sulla prevenzione e sul supporto logistico a chi il territorio lo presidia ogni giorno. Da qui nasce la richiesta di un fondo di sostegno diretto per le spese di alimentazione e veterinarie, oltre a corsi di formazione per rendere gli interventi più efficaci.
La petizione mette sul tavolo due richieste concrete che potrebbero rivoluzionare il benessere animale a Bari: Un ospedale veterinario comunale pubblico, una struttura aperta 24 ore su 24, gratuita per i randagi e per le famiglie a basso reddito. Questo eviterebbe il dramma di dover cercare cliniche private nel cuore della notte o di anticipare somme ingenti per interventi d’urgenza.
Ma ancora sarebbero utili, 10 stalli comunali attrezzati, vale a dire aree pubbliche recintate o edifici in disuso (come l’ex mercatino di via Troisi) da dare in gestione ai volontari autorizzati. Spazi vitali per la degenza post-operatoria e la quarantena, fasi in cui spesso il gatto randagio non ha un posto sicuro dove stare. “Il Comune paga per curare ma non per prevenire. Aiutate chi previene”, si legge nell’appello. La battaglia di Silvia Regina non riguarda solo l’amore per gli animali, ma il decoro e l’igiene urbana. Migliorare la vita delle colonie feline significa diminuire le malattie e garantire un ambiente più sano per tutti i baresi.