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BARI – “Dottore, qua sono tutti pentiti a… Io non ho da coprire nessuno. Io non ho da coprire a nessun clan. Di questi qua non dovete avere fiducia. Questi se vogliono fare i pentiti devono dire i fatti come stanno. Capito?”. A pronunciare la frase durante un interrogatorio con il capo dell’Antimafia, il procuratore aggiunto Pasquale Drago, è il boss pentito Antonio Di Cosola. Una dichiarazione che getta più di qualche ombra sui collaboratori di giustizia baresi e la genuinità del loro presunto pentimento. Di Cosola è stato per un ventennio a capo dell’omonimo clan con base logistica a Carbonara, poi lo scorso agosto l’improvviso salto della staccionata e la decisione di chiudere per sempre con la vita da capo mafia. In sei mesi ha riempito decine e decine di verbali d’interrogatorio, in uno parla proprio dei pentiti. E lo fa riportando le parole che gli riferì un altro mammasantissima della criminalità organizzata barese, il boss di Japigia Savino Parisi, da meno di un mese tornato di nuovo in libertà. Antonio Di Cosola, ascoltato dalla guardia di finanza e da Drago, riferisce di un colloquio avuto con Parisi. Per capire il senso del discorso tra i due bisogna prima contestualizzare l’episodio: siamo tra il 2007 e il 2008, i clan Di Cosola e Stramaglia (quest’ultimo stretto alleato di Parisi) sono in piena guerra. Antonio Di Cosola e Parisi si incontrano per cercare una soluzione, ma nelle intenzioni del capo cosca di Carbonara c’è anche quella di uccidere un pentito, tale Tritta, conosciuto nell’ambiente malavitoso come “Maciste”, ex affiliato a Parisi. Il collaboratore di giustizia, infatti, con le sue rivelazioni sta mettendo in difficoltà la cosca dei Di Cosola e il boss vuole eliminarlo. Così, avverte di questa sua volontà Parisi, che però replica: “No, Anto’, ormai tutti quelli della malavita così, hanno… hanno sempre un pentito dalle parte loro”. A quel punto, Di Cosola chiede spiegazioni e Parisi che gli fa intendere che ci sono pentiti che volontariamente parlano solamente dei clan avversari, non facendo rivelazioni sulle loro vecchie cosche di appartenenza. “Infatti – riferisce Di Cosola al procuratore Drago – Tritta non dice niente di Savino, né di Savino, né… perché gli davano 2mila euro alla settimana. Ecco perché quando arrivammo noi, noi sarebbe io con tutti i miei ragazzi, dissi: “Com’è, ha fatto prendere 30 anni di carcere ai miei ragazzi e voi lo lasciate perdere? Tritta diceva le cose degli altri, delle cose di Parisi, o della squadra di Parisi non ha mai detto niente, Tritta sa un sacco  di cose. Come mai a noi, a quattro persone mie ha fatto prendere 30 anni di carcere, chi 7 anni…”. La chiusura di Di Cosola è ancora più emblematica: “Dottore, qua sono tutti pentiti a… Io non ho da coprire nessuno. Io non ho da coprire a nessun clan. Di questi qua non dovete avere fiducia. Questi se vogliono fare i pentiti devono dire i fatti come stanno. Capito?”.


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