“Il sergente Romano”, storie di brigantaggio a Gioia del Colle

Marco Cardetta racconta il suo romanzo a Borderline24

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Marco Cardetta
Marco Cardetta

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BARI- ll Sergente Romano è il primo romanzo di Marco Cardetta, produttore, showman e scrittore pugliese residente a Gioia del Colle. Il romanzo, già premiato nel 2014 con il “Premio Internazionale Vittorio Bodini-IX edizione de ‘La luna dei Borboni’”, racconta la storia sconosciuta di un patriota che diventò un brigante, ovvero del Sergente Romano, al secolo Pasquale Domenico Romano, ex sergente dell’esercito borbonico che il 28 luglio del 1861 assaltò Gioia del Colle.

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L’autore Marco Cardetta, attualmente in giro per la Puglia insieme al musicista Roberto Salahaddin Re David, con lo spettacolo “Voci di sbandati”- ispirato alle vicende narrate nel romanzo – ha raccontato a Borderline24 – Il giornale di Bari il suo “Sergente Romano”:

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Come mai la scelta di un romanzo storico?

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“Sergente Romano” è in realtà un canto omerico del territorio. Il brigantaggio, anzi meglio, il banditismo post-unitario, è per me un pretesto, un ambiente letterario, un genere, per poi sviluppare una narrazione del territorio, della Murgia, della Puglia, del sud, del Mediterraneo. Lavoro sugli archetipi di questi luoghi, culturali e antropologici, sulla loro magia, per oppormi a narrazioni occidentali borghesi usurate, iper-razionalistiche, che non condivido. Questo è il vero intento del libro.

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Chi è il Sergente Romano? Perché ha scelto di raccontare la sua storia?

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Il Sergente Romano è un ex soldato dell’esercito borbonico che ritorna nel suo paese natale, a Gioia del Colle, ed entra subito a far parte di uno dei tanti comitati borbonici – nati a ridosso dell’unità d’Italia – in Puglia. Qui – più o meno volontariamente – diventa protagonista e capeggiatore di moti insurrezionali e battaglie sanguinarie che si risolvono nei modi più cruenti e più grotteschi. Un insieme di banditi e rivoltosi, taluni che sanno impugnare le armi perché ex soldati o ex garibaldini, altri assolutamente incapaci e impacciati. Ho scelto di raccontare la sua storia perché tra le tante di quel periodo mi ha affascinato subito. Romano è romantico, ha una grande forza di volontà, ma è goffo: è tante cose assieme. Tra le storie di quella stagione e di quel brigantaggio è certamente una di quelle più affascinanti.

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Il Sergente Romano oggi, in Puglia, cosa farebbe?

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Non credo negli eroi senza macchia e senza paura e chi leggerà il libro avrà modo di accorgersene, quella è una concezione novecentesca. Credo in una concezione alla Eduardo De Filippo: persone che possono essere buone o cattive a seconda del contesto. Non so immaginarmi un Sergente Romano oggi in Puglia. Romano è figlio di quel tempo e di quella storia. Da quella storia ciò che dobbiamo imparare è non ripetere tutti gli sbagli che sono stati commessi. Non dobbiamo aver bisogno di un Sergente Romano e del brigantaggio.

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In che consiste lo spettacolo e in che modo si lega al romanzo?

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Nel libro racconto una storia precisa, nello spettacolo più storie. Lo spettacolo è un recital perché leggo interpretando ma è anche un concerto, perché assieme a me ho un validissimo musicista, polistrumentista, Roberto Salahaddin Re David, con il quale abbiamo scritto e progettato lo spettacolo. Io attraverso la mia voce interpreto le voci di diversi briganti, (Crocco, Pizzichicchio e altri meno famosi) che raccontano come sono diventati fuori-legge, come si sono allontanati dalla retta via. Per questo motivo lo spettacolo si chiama “Voci di sbandati”, una sorta di Antologia di Spoon river del Sud e spiega come, per motivi diversissimi, si può perdere la strada e diventare ribelli.

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sergente romano

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