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 \r\n\r\nÈ opinione condivisa dalla maggioranza delle persone che nel passato la gente era più felice, che nonostante oggi si abbiano a disposizione molti elementi che facilitano e rendono più comoda la vita, siamo sempre più infelici.\r\n\r\nÈ una percezione vera o è solo un’illusione? Effettivamente durante la depressione degli anni ’30, caratterizzata dalla miseria, la percentuale dei crimini non era molto elevata. Si può pensare infatti che l’infelicità possa essere scatenata da una percezione di “deprivazione assoluta”: il non avere nulla causa rabbia e questa si può trasformare in aggressività o infelicità. Pensandoci bene però la maggior parte degli attentatori o dei kamikaze non hanno una vita piena di miseria o deprivazioni.\r\n\r\nIn realtà è proprio il progresso economico che può incrementare il senso di frustrazione, di infelicità e di violenza, più della deprivazione assoluta. Con la modernizzazione, lo sviluppo economico e l’alfabetizzazione si diventa più consapevoli di tutto ciò che si potrebbe avere, su tutte le possibilità materiali che si potrebbero raggiungere. Il “tutto e subito” però si raggiunge davvero difficilmente, i tempi per raggiungere degli obiettivi importanti possono essere lunghi ed in questo modo si crea uno scarto elevato tra le aspirazioni e i risultati. Non abbiamo più necessità delle piccole cose, i nostri “bisogni primari” sono facilmente soddisfacibili e così i nostri desideri e le nostre aspettative raggiungono vette sempre più elevate, aumentando la frustrazione. Quando invece ci si pone obiettivi più “umili” e raggiungibili c’è più probabilità di raggiungerli, sentendosi soddisfatti.\r\n\r\nIl fattore più pericoloso non è tanto la “deprivazione assoluta” quanto la “deprivazione relativa”, il paragonarci agli altri. Questa è la principale causa di malessere nei luoghi di lavoro, quando ci si confronta con gli altri colleghi del proprio settore: diventa importante non più se avviene o meno l’aumento del proprio salario, ma se aumenta quello del nostro collega. Paragonandoci agli altri mettiamo in rilievo lo scarto tra ciò che loro hanno e ciò che noi non abbiamo, dimenticandoci della relazione inversa.\r\n\r\nInoltre se fino a pochi anni fa il confronto avveniva tra colleghi e conoscenti adesso il confronto avviene con tutto il mondo: apriamo Instagram e vediamo persone famose sempre in vacanza in posti di lusso, ragazzini che possiedono beni materiali che possiamo solo sognare. L’esposizione e la diffusione dei propri averi diventa universale e questa diventa una possibile fonte di frustrazione. Un effetto simile è stato analizzato negli anni ’50, con la diffusione della televisione, la prima finestra sul mondo, su tutto quello che il resto del mondo ha e che noi non abbiamo. Furono analizzate 34 città che avevano introdotto la TV e 34 città nelle quali c’era ancora il divieto di comprarla: nelle prime la percentuale di furti era notevolmente più alta rispetto alle seconde.\r\n\r\nLa nostra società si basa sulle immagini, sulla comunicazione visiva, sulla condivisione di tutte le vite. Diventa quindi difficile assecondare il detto “occhio non vede, cuore non duole”. Non ci resta che vedere, ma con le giuste lenti che non si lasciano appannare solo dal bello delle vite degli altri!


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