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“La via d’uscita è semplice.\r\n\r\nElementare direi: rimuovere, ricominciare.\r\n\r\nRimuovere e ricominciare. Da quale punto poi nessuno te lo dice.\r\n\r\nDa dove rimuovere e ricominciare? Da quando ti arriva la telefonata di tua cugina? Da quando i colleghi e gli amici in redazione ti guardano attoniti seguendo le espressioni del tuo volto? Da quando chiami tuo cugino cercando conferma ad una notizia che mai avresti voluto avere e gli senti dire solo “Qui c’è la polizia”? Da quando vai sotto casa sua, sali al piano del suo appartamento, e vedi gente vestita di bianco che ti impedisce di avvicinarti insieme con uomini della polizia che di lì a poco diventeranno le persone con cui vorrai passare tutto il tempo necessario a bloccare chi ti ha fatto male, chi ti ha portato via un pezzo della tua vita senza chiederti il permesso?\r\n\r\nRimuovere e ricominciare.\r\n\r\nSembra facile, ma non lo è affatto, e non soltanto il giorno dell’anniversario della morte e quello nazionale contro la violenza sulle donne. Non lo è mai perché vorresti fare di più. Perché non vorresti assistere passiva ai femminicidi di cui ormai si perde il conto, alle conferme della inesistente “pena certa” in Italia, alla sofferenza di decine e decine di famiglie che vedono sconvolto il presente e stravolto il loro futuro dovendo anche giustificare di volta in volta la rabbia, le reazioni, la mancanza di fiducia nella giustizia.\r\n\r\nNon esiste la rimozione. Non è possibile.\r\n\r\nPerchè i sorrisi, la voce, il tocco, gli abbracci ti tornano in mente quando meno te l’aspetti; perchè ti sorprendi a trascorrere la mattinata dell’11 luglio ad ascoltare la musica che ascoltava lei, ad andare a Lecce dove andavi con lei, a svegliarti di soprassalto alle 4.02 del mattino senza riuscire più ad addormentarti. E ti ritrovi a cucire quelle coincidenze per non riprovare quel senso di smarrimento che ti assale ogni tanto.\r\n\r\nDa quel giorno Anna è stata uccisa altre volte: il giorno della sentenza d’appello, quello della decisione della Cassazione, ogni volta che i miei cugini sono stati attaccati nelle trasmissioni televisive da criminologi e psicologi convinti di aver capito tutto e di poter parlare di Anna, di poterla giudicare, come se fosse una loro amica.\r\n\r\nAnna la solare, la vitale, la passionale Anna, è stata uccisa ogni volta che è stato necessario confrontarsi con il dolore di altre famiglie, con il dolore di figli, di fratelli e sorelle, di genitori, abbandonati a tutte le conseguenze che da quelle azioni derivano. Perchè solo le famiglie conoscono lo tsunami che le travolge e solo le famiglie subiscono l’immobilità di questo Paese in cui l’uccisione delle donne non è mai uno dei primi punti in agenda se non in casi eccezionali e comunque soltanto per i giorni immediatamente successivi al femminicidio. E allora tocca alle famiglie, pur nella sofferenza, muoversi per smuovere le coscienze e bene fanno ad entrare prepotentemente nelle vite di chi fa dell’indifferenza la propria bandiera.\r\n\r\nQuando, alla morte di Anna, ho letto le carte che riguardavano il suo caso, i miei colleghi hanno avuto la sensibilità di eliminare le immagini che mi avrebbero fatto stare peggio di come mi sentivo. Li ringrazio ancora per questo, ma plaudo al coraggio dei genitori di Federica che a Taranto, qualche giorno fa, hanno mostrato la foto della loro figlia massacrata di botte e uccisa dal marito insieme con il figlioletto Andrea. Perché il femminicidio non è solo una parola, perché la violenza con cui si consuma e l’accanimento riservato alle vittime di femminicidio non ha pari. Perché chi uccide le donne vuole cancellarne il ricordo, il volto, il nome, ogni traccia che possa ricordargli la sua vigliaccheria, la sua dichiarata debolezza, quella fragilità che spesso usano come alibi.\r\n\r\nE allora rimuovere no, ma ricominciare sì.\r\n\r\nDa tutti i punti di vista possibili, anche a fronte di una giustizia inesistente.\r\n\r\nLa morte di Anna però sarà utile ad altre donne. Dalla sua scomparsa è nata una stanza meravigliosa, quella che al Policlinico di Bari si chiama “Binario rosa”. E’ stata intitolata a lei e fortemente voluta da un gruppo di persone illuminate. E’ una stanza che permette alle donne vittime di violenza di affrontare il trauma dei maltrattamenti senza aggiungere dolore al dolore, senza aspettare in una sala d’attesa fin troppo affollata sotto gli sguardi morbosi di chi le sta attorno. E’ una stanza che indica un percorso da attraversare in tutta sicurezza. Una stanza che dovrebbe esserci nella vita di ognuna di noi”.\r\n\r\nAnnamaria Minunno, cugina di Anna Costanzo\r\n\r\n 


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