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Dopo aver fissato un appuntamento telefonico ci incontriamo in un bar, io come al solito arrivo con qualche minuto di ritardo…lui, il protagonista della nostra intervista, è sull’uscio della porta, mi vede da lontano e mi sorride.

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Una stretta di mano e ci accomodiamo ad un tavolino nel locale. Non c’è nessuno, solo noi e un giovane barista intento a ripassare le tazzine con uno straccio. La radio passa una canzone come tante e noi ordiniamo un caffè. Lui, un ragazzone di quelli che farebbe impazzire decine di donne è li seduto difronte a me, scambiamo due chiacchiere da ascensore, della serie: “come stai ?…io bene e tu? Bene dai, non mi posso lamentare, lo sai che convivo ancora? Caspita allora stavolta è una roba seria! Ahahahah…” Le nostre risate rompono un po’ quel ghiaccio che c’è ogni volta in cui qualcuno deve “subire” un’intervista, specialmente se si parla di lavoro, specialmente se si parla di un certo tipo di lavoro. Tra una chiacchiera e l’altra lui tira fuori una busta di tabacco…chissà perché ogni volta in cui caccia la mano in tasca, mi viene un groppo in gola. Ci alziamo, lui paga il conto nonostante avessi più volte insistito per farlo io e usciamo. Il tempo di una sigaretta e poi lui mi dice: ”Andiamo in macchina mia”. Lo seguo e qualche istante dopo siamo per strada. Propongo io il luogo in cui fermarci per fare l’intervista e con la scusa che da li a poco avrei dovuto incontrare una persona, ci fermiano davanti alla stazione centrale, una zona non molto sicura…ma voglio vedere come si comporta in un contesto del genere, voglio captare quella tensione che scorre nei suoi occhi quando si è circondati da potenziali pericoli…si perché la persona che sto per intervistare fa un lavoro che in pochi possono svolgere, lui è un agente di polizia della sezione “Falchi”.

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Accendo il registratore e iniziamo con le domande:

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Che lavoro fai?

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“Polizia di Stato.”

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Perché hai scelto di fare questo lavoro?

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“Perché era il mio sogno da quando ero bambino”

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Da quanti anni sei in servizio?

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“Ventiquattro…ventiquattro anni”

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Perché ti piace il tuo lavoro ?

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“Perché riesco ad aiutare la gente e perché mi da piccole soddisfazioni personali quando vedo che aiuto il prossimo”

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Quindi avresi potuto fare anche il medico nella vita?

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“Forse…avrei guadagnato pure di più ahahahaha, sai cosa…un poliziotto può fare il medico, ma un medico o un qualunque altro lavoratore non potrebbe mai fare il poliziotto.\r\nGuardia ci si nasce…ci vogliono le palle”

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Cosa ti spinge ogni giorno a indossare la divisa e a correre per strada malgrado le condizioni in cui versa questa società?

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“Cercare il modo di rendere la vita migliore agli altri con il mio operato.”

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Pensi che possa bastare il tuo lavoro e quello dei tuoi colleghi per rendere migliore la vita degli altri nonostante a monte ci sia qualcuno a cui forse non interessa rendere migliore la società in cui viviamo?

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“Sì, secondo me si…se tutti facessimo il nostro lavoro al meglio, e non parlo solo dei poliziotti, vivremmo sicuramente in un mondo migliore, ne sono sicuro.”

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Cos’è per te la paura?

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“Io sino a qualche anno fa non sapevo cosa fosse la paura…ma solo perché non avevo una persona al mio fianco, da quando c’è questa persona nella mia vita ho imparato cosa vuol dire avere paura, ma non per me sia chiaro…per lei, paura che le possa succedere qualcosa, paura che possa soffrire se a me dovesse succedere qualcosa…paura che possa rimanere da sola”

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Quindi la paura per te è comunque subordinata ad un affetto?

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“Sì”

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Allora nel momento stesso in cui non dovessi avere qualcuno al tuo fianco, non metti in conto questa paura ? Fingi di non metterla in conto ? La superi ?\r\n

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“Nel momento in cui sono chiamato a rispondere in un qualsiasi tipo di intervento come una rapina o altro, la paura non c’è…non la vedi, forse la percepisci dopo, quando razionalizzi quello che hai fatto”

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Ma questo tipo di reazione è un qualcosa che hai sempre avuto o si è formata con gli anni di servizio ?\r\n

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“Sin da piccolo ho sempre agito d’impulso ma in maniera intelligente alle situazioni di pericolo, ma sicuramente anni di servizio hanno perfezionato questa mia caratteristica.”

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Qual è stato il giorno in cui hai avuto più paura durante il servizio?\r\n

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“Lo ricordo bene, certe cose non si dimenticano…è stato durante il G8 a Genova. Li avevamo tutti paura. Era una situazione che non sapevamo come gestire, c’erano migliaia di persone arrivate lì per cercare lo scontro, e lasciami dire che erano dei professionisti, attrezzati meglio di noi…noi avevamo lo sfollagente in gomma, loro avevamo delle spranghe di ferro…noi avevamo le maschere anti gas e loro usavano dei gas che rendevano le nostre maschere praticamente inutili, noi in quella situazione non riuscivamo a respirare aria pulita, in più ci lanciavano di tutto addosso, pietre, mazze di ferro, molotov…non era facile credimi. Per non parlare degli orari di servizio, noi attaccavamo alle 5 del mattino e staccavamo la sera dopo mezzanotte, ho passato cinque giorni di fuoco, e quando tornavi negli alloggi, noi dormivamo nelle navi, non riuscivi a riposare…con la mente rivivevi quello che ti era successo durante la giornata. L’ultimo giorno è stato il più brutto, perché la tensione unita al nervosismo e alla stanchezza, ci hanno portato a commettere degli errori.”

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Il G8 di Genova oltre che per gli scontri tra voi e i black bloc, verrà ricordato per la morte di Carlo Giuliani. Come ha influito su di voi, in quei momenti di guerriglia la notizia che c’era scappato il morto tra i manifestanti? 

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“Moralmente ti distrugge, perché in quel preciso istante abbiamo capito che loro non avevano nulla da perdere.”

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Quanto conta lo spirito di corpo in una situazione di assedio?

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“Moltissimo, è l’unico elemento che ci dava forza, anche la collaborazione con le altre forze armate è stata fondamentale. La sera quando rientravamo negli alloggi, con loro c’era uno scambio di consigli che ci aiutava ad affrontare con maggiore preparazione la giorna successiva…eravamo lì, tutte le forze dell’ordine dello Stato che lavoravano all’unisono”

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Ma allora non sarebbe così folle la proposta di unificare tutte le forze dell’ordine in un unico corpo?\r\n“No assolutamente, anzi per noi sarebbe strategica una soluzione del genere, ti faccio un esempio; a Bari quando succede un omicidio prima di intervenire dobbiamo capire se la zona in cui è accaduto il crimine è di competenza nostra o dei carabinieri. Noi come polizia di stato copriamo quattro/cinque zone di Bari, i Carabinieri che sono inferiori in numero di unità, ne coprono due/tre. Prima invece chi prima arrivava prima interveniva, ma questo comportava lasciare libere alcune zone per intervenire in altre, e sistematicamente nelle zone scoperte accadeva una rapina, uno scippo o un omicidio. Alcune voci interne dicono che in futuro ci sarà un’unica centrale operativa che coordinerà tutte le forze dell’ordine.”

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C’è un giorno in cui sei tornato a casa fiero del tuo operato?

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“Prima di arrivare ai Falchi, ho girato tanti reparti e non è facile scegliere un giorno in particolare…ecco si, in occasione del terremoto di San Giuliano, ho salvato da sotto le macerie dei bambini ancora in vita, o anche in occasione dell’alluvione a Bari nel 2005, salvammo tre persone a San Giorgio e purtoppo recuperammo il cadavere di un ragazzo di Japigia. Quel giorno ero davvero fiero di me stesso e del mio lavoro.”

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Stavolta non ti faccio una domanda, ma vorrei inviatere i nostri lettori ad una riflessione. Nelle tue risposte leggo uno spiccato lato umano, hai praticamente sfatato il falso mito del poliziotto “violento” ed “esaltato” che in molti ancora professano.

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“Posso approfittare del vostro giornale per lanciare un messaggio?”

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Devi…

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“Mi capita spesso di sentire la gente, ma soprattutto i genitori dire ai propri figli:”Adesso chiamo la polizia” per spaventarli…non fatelo, la polizia non esiste per spaventare i bambini ma per aiutarli, non siamo l’uomo nero, e questo dobbiamo inculcarlo nelle teste dei cittadini sin da quando sono bambini…noi siamo quelli che vi proteggono da chi vi vuole far del male, non siamo noi il male.”

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Se potessi modificare qualche regola del tuo lavoro cosa faresti?

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Sembra sciocco quello che sto per dire, ma aumentare lo stipendio ci aiuterebbe tanto. Non vogliamo arricchirci alle spalle dello Stato, ma vorremmo che ci fosse riconosciuto uno stipendio dignitoso per il tipo di lavoro che facciamo. Considera che per uno straodinario noi prendiamo cinque euro netti a ora…

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Come le baby sitter ?

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“No, loro prendono di più ahahahaha”

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Chi te lo fa fare?

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“Eh, chi me lo fa fare…la coscienza…e il voler aiutare le persone”

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Quanto ha influito il lavoro che hai scelto, sulla tua vita personale ?\r\n“Tantissimo…ma lo vedo anche in piccoli episodi, quando per esempio esco con la mia compagna e vado anche a mangiarmi una semplice pizza, mi sento osservato…percepisco la gente che mi guarda, sono a Bari da un bel po’ e ormai tutti sanno chi sono e che lavoro faccio, il mio problema è che non riesco a staccare mai mentalmente, fisicamente sono in pausa, ma mentalmente no. Ogni rumuore, ogni gesto che vedo mentre sto parlando con la mia compagna o con i miei amici, lo vivo da poliziotto. Perché so che in quel momento per tutti sono “quello dell’antiscippo”. Per questo il più delle volte preferisco andar fuori città a mangiare, li non mi conosce nessuno e posso godermi la serata.”

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Continua…


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