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“Dall’altra parte della cornetta, al telefono, sentiamo l’angoscia. Sappiamo di dover rimanere calmi, ma a volte ci immedesimiamo nella sofferenza e diventa difficile non commuoversi”. A parlare è Maria Grazia, un’infermiera del 118 che dal 2002 lavora nella centrale operativa del Policlinico di Bari. Quasi un ventennio al servizio di chi ha bisogno di assistenza e soccorso, fino agli scorsi mesi, quando anche lei, come tantissimi altri operatori sanitatr è scesa in campo in prima linea nella gestione della pandemia da Covid19.  “Tutti dovrebbero passare una giornata qui dentro con noi per capire cosa si prova ormai da mesi”, racconta. E cosa si prova è in quella lacrima che le appanna gli occhiali, nell’immagine che la ritrae sul suo posto di lavoro. La fotografia e la storia di Maria Grazia sono state condivise sul profilo Instagram del Policlinico di Bari che, da qualche giorno, ha inaugurato una nuova narrazione per immagini della battaglia combattuta all’interno dei reparti Covid dell’ospedale barese dagli eroi in camice.

Tra questi anche Simona, giovane infermiera del reparto di Terapia intensiva respiratoria Covid dello stesso quartiere ospedaliero. “Ogni giorno – si legge nella descrizione della sua foto – deve indossare tuta, visiera, mascherina e guanti e lavorare così per ore. Eppure non ha mai perso la speranza e l’ottimismo e ai pazienti Covid e a tutte le persone che incrocia è pronta a regalare il suo sorriso”.

E ancora, c’è Federica, al secondo anno di specializzazione in Malattie dell’apparato respiratorio, che non ha esitato a rispondere sì alla chiamata e così, da un mese, è impegnata anche lei nella cura del Covid nella Terapia intensiva respiratoria del Policlinico di Bari. “Potrebbero essere mia madre o mio padre i pazienti che vedo in reparto e io ho due genitori giovani: adesso ho ancora più paura di tornare a casa – racconta la giovane, che prosegue – È pesante ma non potevo tirarmi indietro.  È necessario, però, che tutti facciano la propria parte, anche fuori dagli ospedali, rispettando le regole”.

E poi, ancora, le storie di empatia e umanità. Raccontate dal sorriso stanco nascosto dietro ad una mascherina e alle occhiaie tipiche di un turno di notte appena terminato. “Dodici ore in corsia accanto a quei pazienti che non possono nemmeno farsi stringere la mano dai loro cari: ecco, davanti a tanta disperazione, io mi sento fragile”. A parlare è Ester, medico di Terapia intensiva respiratoria, che lavora senza sosta dal 7 ottobre nel reparto Covid. E che, nonostante la stanchezza e la notte passata in corsia, non si tira indietro dall’aiutare i colleghi nella vestizione. “È emotivamente provante – racconta – i pazienti più giovani hanno i cellulari per chiamare e videochiamare, mentre con i più anziani, senza cellulare, siamo noi a dover fare da tramite per sentire i parenti. In quei letti non sono solo malati, ma sono sempre nonne, nonni, mamme di qualcuno. Un paziente mi ha detto “Maledetto questo virus” – conclude – Io lo ripeto e non mi stancherò di dire, fino alla nausea: mettete le mascherine e tenete la distanza. Noi siamo l’unica possibilità per uscirne”.


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