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“Ancora siamo increduli o meglio non accettiamo che sia andata così”. A parlare è Roberto, figlio di un degente del Policlinico di Bari deceduto lo scorso 26 marzo a seguito dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute a causa del Covid19. Virus che, stando al racconto della famiglia, il paziente avrebbe contratto proprio all’interno dell’ospedale, nel quale era stato ricoverato dopo un regolare tampone negativo, per sottoporsi ad un trapianto. “Il 28 gennaio mio padre ha accettato di sottoporsi ad un trapianto simultaneo di reni a causa di una sua insufficienza renale – racconta Roberto, che ha voluto condividere la sua storia anche tramite un lungo post Facebook – Prima di entrare nel reparto di Urologia, si è sottoposto a tampone anti-Covid con esito negativo”. Il giorno dopo è avvenuto il trapianto, operazione che anche i medici hanno dichiarato essere stata eseguita con successo. “Con il passare dei giorni – prosegue Roberto – la situazione clinica di mio padre restava sempre la stessa: continuava ad urinare poco e a doversi sottoporre a cicli di dialisi per far sì che i reni appena trapiantati iniziassero a mettersi in moto, ma niente”.

La sorpresa della famiglia è poi grande quando, a quasi un mese di distanza dal giorno del ricovero – 25 giorni, precisamente – viene comunicato telefonicamente il risultato di un nuovo tampone anti-Covid effettuato all’interno del reparto, al quale, questa volta, l’uomo risulta positivo. “Come si può contrarre il Covid ben 25 giorni dopo un trapianto, in una stanza sterile che, già in tempi normali, è inaccessibile alle visite dei parenti?”, si chiede suo figlio, denunciando quella che, secondo l’intera famiglia, ha i tratti di una vera e propria vicenda di malasanità. “In quello stesso giorno mio padre è stato trasferito nel padiglione Balestrazzi del Policlinico, reparto Nefrologia, da dove lui stesso ci comunica che dal giorno dell’intervento, circa un mese prima, non gli erano mai stati cambiati i due cateteri, vescicale e giugulare – racconta ancora Roberto, che prosegue – è così che mio padre ha contratto anche un’infezione alle vie urinarie, che lo porta ad avere febbre anche molto alta”. Il paziente è stato così sottoposto ad un esame dal quale è emerso che, a causare la febbre persistente, è stato un batterio presente nel sangue.

“Nei giorni seguenti dopo aver rimosso i cateteri, ha iniziato a sbloccarsi la diuresi e così a scendere la creatinina – spiega Roberto – ma 15 giorni dopo la sua prima positività hanno iniziato a manifestarsi i sintomi del Covid, tra cui la mancanza di ossigeno e gli addensamenti nelle vie respiratorie. Mio padre ha proseguito la sua degenza fra alti e bassi fino a quando, il 17 marzo, è stato trasferito in Fiera, dove ha effettuato un tampone con esito negativo – prosegue il racconto – Il giorno dopo, il tampone di conferma, era invece positivo. L’odissea del paziente prosegue fino a quando i medici decidono di intubarlo per evitare di mettere troppo sotto sforzo i polmoni “Ogni giorno la situazione diventava più critica fino a quando, il 26 marzo, ci hanno avvisati telefonicamente all’una di notte che mio padre non ce l’aveva fatta”, è il tragico ricordo di Roberto, che non si rassegna alla scomparsa a causa di un virus che potrebbe essere stato contratto tra le mura dell’ospedale dove, a suo dire, altri pazienti sarebbero deceduti dopo essere risultati positivi al Coronavirus.

Nei giorni appena successivi al funerale, la famiglia dell’uomo, assistita da un avvocato, ha sporto denuncia di quanto accaduto presso la Questura di Bari. “La certezza che abbiamo è che mio padre è entrato in ospedale con delle patologie, ma negativo al Covid – spiega Roberto – Speriamo che ora la giustizia possa fare il suo corso”, conclude.


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