Gestivano gli affari del clan anche dal carcere. È uno degli elementi emersi nell’inchiesta che ha portato all’arresto di sei persone nell’ambito di un’indagine sulla criminalità organizzata foggiana coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari. Le indagini, condotte dai carabinieri del Ros, dal Nucleo Investigativo di Foggia, dalla Sisco di Bari e dalla Squadra Mobile di Foggia, hanno ricostruito gli assetti della batteria mafiosa Sinesi-Francavilla dopo il processo “Corona”, che aveva già accertato l’esistenza della cosiddetta Società Foggiana fino al 2016.
Secondo gli investigatori, dopo il tentato omicidio di Roberto Sinesi, avvenuto nel settembre del 2016, sarebbero stati organizzati incontri tra esponenti dei clan Sinesi-Francavilla e Li Bergolis per pianificare azioni contro la batteria rivale Moretti-Pellegrino. L’inchiesta ha inoltre fatto emergere una presunta attività di mediazione nella gestione della piazza di spaccio di Vieste. In particolare, uno degli indagati avrebbe favorito gli interessi del clan Li Bergolis promuovendo un accordo che prevedeva il versamento di 10mila euro al mese per l’utilizzo del mercato della droga nel centro garganico.
Tra gli aspetti ritenuti più rilevanti dalla Procura vi è il mantenimento dei rapporti tra affiliati detenuti in diversi istituti penitenziari italiani. Secondo la ricostruzione accusatoria, le comunicazioni sarebbero proseguite attraverso lettere e telefoni cellulari clandestini utilizzati per mantenere i contatti con altri detenuti nelle carceri di Siracusa, Lanciano, Terni e Palermo. A rafforzare il quadro investigativo sono state anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Ciro e Giuseppe Francavilla che, dall’inizio del 2024, hanno fornito agli inquirenti informazioni sui nuovi equilibri della criminalità organizzata foggiana, sulle alleanze tra clan e sui tentativi di infiltrazione nell’economia legale.
L’ordinanza eseguita oggi conferma i precedenti provvedimenti cautelari adottati dai tribunali di Larino, Milano e Foggia dopo il fermo disposto dalla Dda di Bari l’8 giugno scorso nei confronti di tre indagati e amplia il numero dei destinatari delle misure cautelari ad altri tre soggetti. Le accuse dovranno ora essere vagliate nelle successive fasi del procedimento nel rispetto del principio di presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.