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Barese, quarantaduenne, sociologo, scrittore, insegna sociologia urbana presso il Politecnico. A noi di Borderline ha concesso un’intervista a proposito del suo ultimo libro: ‘’Ghetto Italia – i braccianti stranieri tra caporalato e sfruttamento’’ Fandango Libri, 2015.\r\n

\r\nInnanzitutto grazie per il piacere concessoci Leo. E’ veramente difficile scegliere quali domande porgere ad un personaggio eclettico e profondo come te, ma ci proverò. Facciamo così: mi terrò lontano da tutto ciò che non riguarda Ghetto Italia. Libro coinvolgente, ben scritto, ed istruttivo. Non è solo un diario di bordo, non è solo un reportage, non è solo il viaggio on the road di un cavaliere errante che cerca di far luce su un fenomeno di enormi dimensioni, paradossalmente sconosciuto ai più. Insomma, cerca di spiegarci di cosa si tratta.\r\n

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Il fenomeno è molto complesso, ma non invincibile. In fondo, il sistema dei ghetti e del caporalato che li gestisce è un aspetto del nuovo sistema capitalistico mondiale: sottopaga la manodopera riducendola a merce disponibile sul territorio della raccolta. In Italia il sistema è differenziato, ma di certo la Puglia ha fatto scuola al resto del Paese.

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Quanto è importante la geografia nel tuo libro? E parlo di geografia in senso stretto; scorrendo capitolo dopo capitolo, o meglio tappa dopo tappa, a noi lettori pare quasi di seguire una “mappa dell’orrore’’ che ci porterà nel profondo di inferni di sofferenza difficili da comprendere appieno. Infatti, vuoi per ignoranza, vuoi per disinteresse, è veramente difficile per noi uomini di città, per noi abitanti di comodi appartamenti, quelli fatti di mattoni, quelli con l’autoclave e la tv satellitare, pensare che a pochi chilometri, imboscati in qualche campagna, esistano nel 2016 baraccopoli in lamiera, cartone ed eternit.\r\n

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La geografia, come la chiami tu, è l’Italia dove l’agricoltura è intensiva. Dove si produce così, si è intensificato lo sfruttamento dei braccianti stranieri e di quelli italiani. Diciamo che da sud a nord, e viceversa, l’agricoltura italiana soffre di questa patologia criminale.

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Tracciando un inizio ideale del viaggio, dovremmo partire, credo, da Lampedusa. Spesso non fine dell’inferno, bensì principio di uno nuovo. Non è così?\r\n

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Lampedusa è, per non pochi braccianti, l’inizio di un’altra tratta: quella interna alle regioni agricole italiane. Dalla Sicilia si arriva in Calabria, e da lì parte l’agonia (Rosarno, Gioia Tauro) che conduce questi lavoratori verso ghetti e regioni diverse, sotto diversi caporali, seguendo piste un tempo impensabili per lunghezza e per dimensione dei braccianti coinvolti.

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Le regole, le gerarchie, le usanze dei ghetti. Qual è la micro-piramide sociale all’interno di una di queste cittadelle improvvisate?\r\n

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Il sistema di potere è ad anelli concentrici dentro una piramide. Diversi sono i passaggi, diversi i caporali a cui vanno proventi inimmaginabili. Il punto vero è che il sistema si fonda sul bisogno, sui bisogni. Acqua, cibo, lavoro, letto, sesso, fuoco, corrente elettrica, un tetto… Tutto ha un costo nel welfare di Mafia Caporale e nel sistema di Ghetto Italia.

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Appunto, sfogliando il tuo libro si scopre che il vero guadagno dello sfruttatore non è tanto la vendita del prodotto finale a costo contenuto, o non solo. I suoi veri profitti sorgono dalla vendita alla stessa popolazione del ghetto di beni e servizi. E questo accade indistintamente in tutto il Paese, da Nord a Sud. Ora, però soffermiamoci sui ghetti della nella nostra Puglia: quali sono le differenze più grosse tra i campi salentini (quello di Nardò su tutti) e quelli della Murgia/Capitanata? Li chiamo “campi” perché tu stesso dici che vi hai trovato la puzza e la disperazione dei peggiori campi profughi.\r\n

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Il sistema della Capitanata è di vero e proprio insediamento stabile di ghetti, mentre altrove i ghetti possono ridefinirsi, destrutturarsi. Questo perché in Capitanata il latifondo e l’esclusione sociale sono dominanti, rispetto ad altri territori.

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Tristi e puntuali, sono giunte a te e a Yvan Sagnet, co-autore di ‘’Ghetto Italia’’ le occhiatacce, diventate poi, purtroppo, vere e proprie minacce da parte di chi questo sistema fa comodo, da chi ci guadagna. Lo avevate messo in conto, giusto?\r\n

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Sulle intimidazioni, più che minacce, preferisco non dire molto, perché stiamo decidendo come interpretare certi fatti. Non abbiamo paura, siamo nel giusto, e non vogliamo creare allarmismi. Abbiamo toccato interessi molto grossi, decine di milioni di euro, quindi abbiamo messo in conto il nervosismo del sistema. Siamo più preoccupati dal silenzio del sistema d’impresa, che continua a tacere sulle sue responsabilità rispetto alle massacranti condizioni di vita e di lavoro dei braccianti.

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Facendo il verso alle parole del giudice Falcone: quando arriverà questa benedetta fine per quel fenomeno umano che è la mafia? Forse quando (e qui uso le parole di un altro siciliano doc, Sciascia) si metteranno le mani nei conti bancari, nelle pellicce, nelle auto di lusso?\r\n

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Il sistema dei ghetti è un pezzo di una filiera molto ampia e articolata, che puzza di sfruttamento e di lavoro nero. Non c’è da fissare una data di scadenza al crimine, perché dentro questa società il crimine ha pieno diritto di cittadinanza. Dobbiamo modificare i rapporti di forza tra lavoratori e grande impresa, affinché possa cambiare qualcosa. E dobbiamo ricentrare la nostra attenzione sul diritto al lavoro ed alle tutele. Ma questo, in Italia, sembra essere una specie di tabù.

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Bari: conquiste sociali e culturali. In effetti, siamo geograficamente e tradizionalmente votati all’accoglienza. Ricordo che un motto simpatico recita: “a Bari nessuno è straniero abbiamo pure il santo nero”! Eppure negli ultimi tempi c’è un razzismo che dilaga, lo avverti per le strade, nelle piazze, ma più che quello, sono lo sbandierare orgogliosamente la propria ignoranza ed il non provare più vergogna nell’offesa, le cose che mi preoccupano maggiormente. Qual è il tuo borsino medico sulla nostra città? \r\n

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Su Bari mi limito a dire che vive una nuova effervescenza micro e macrocriminale, con l’aggravante della diffusione di una volgarità sfrenata e senza remore. Non è una città vivibile, né facilmente sopportabile. Dobbiamo ricondurla ad una ragione produttiva, occupazionale, culturale, per uscire da questo pantano putrescente.

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Bene, grazie ancora per il tempo concessoci Leo, e buona fortuna per Ghetto Italia, sono certo che continuerai con coraggio e passione a scendere e risalire l’Italia al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica. Dove le prossime presentazioni?

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Sono moltissime. Bari ovviamente, e poi Milano, Grosseto, Trieste, Padova, Teramo, Macomer, Ragusa, Taranto, e tanti altri posti.

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E insomma, cambiando discorso… che mi dici di questa nostra Inter che proprio non va? (Mea culpa: all’inizio dell’intervista gli avevo detto che non avrei toccato argomenti non attinenti al suo libro, ma tant’é… N.d.A.)

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Sull’Inter…penso che la sofferenza è sempre la misura della bontà, per questo noi interisti siamo buoni e generosi. Soffriamo in silenzio, asceticamente. Questo ci rende diversi, forse perfino più belli, certamente più integri.


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