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L’Università di Bari e quelle pugliesi non sono semplicemente in agonia, ma soffrono di un provincialismo che le relega agli ultimi posti della già mediocre graduatoria degli atenei italiani. Ho fatto due conti ed ho scoperto che dall’anno accademico 2009/2010 a quello 2014/2015 le università pugliesi passano da 17.355 immatricolati a 12.879, una perdita netta del 30,6 per cento. Tra gli studenti non pugliesi il calo è ancora più forte: meno 40,6 per cento. Le facoltà che tengono, si fa per dire, sono quelle del gruppo disciplinare linguistico e del gruppo psicologico. Dunque gli studenti che si iscrivono calano e si riduce il bacino territoriale di provenienza: sono università di provincia, piccole e per niente attrattive. Per spiegare l’irrefutabile declino non dobbiamo far ricorso alla congiuntura economica, che è soltanto uno stupido alibi, ma dobbiamo necessariamente adoperare altre variabili esplicative: la scarsa credibilità del sistema accademico pugliese, e barese soprattutto; la scarsa spendibilità del titolo di laurea preso in Puglia sul mercato del lavoro nazionale ed internazionale. La prima variabile è determinata dalla bassa qualità della ricerca, della didattica e dei servizi: da una classe baronale di docenti autoreferenziale ma poco referenziata e da un apparato amministrativo molto grigio, entrambi consolidatisi sulla pratica scandalosa del nepotismo e dello sperpero di denaro pubblico a detrimento delle performance che si chiedono a un ateneo. La seconda variabile fuoriesce dalla bassa qualità della domanda di lavoro in Puglia, dal momento che le imprese, perfino quelle impegnate in ambiziosi progetti di internazionalizzazione, stentano ad assumere a tempo indeterminato i laureati del territorio. Il combinato disposto delle variabili suddette ha decretato l’irreversibile necrosi degli atenei pugliesi, nonostante siano stati spesso sostenuti da politiche pubbliche ad hoc. Ora, al di là di qualche eccellenza (davvero pochine) e delle noiosissime retoriche rettorali i fatti – i dati – narrano una condizione vergognosa, che dovrebbe far arrossire gli atenei. E invece assistiamo basiti a consegne di premi, a conferenze che lusingano un sistema che non esiste, che si decompone come l’immagine di Dorian Gray nel celeberrimo ritratto. Di fronte a tanta arroganza – e visto che in Puglia ormai il sapere si produce fuori degli atenei – non fanno poi tanto male quegli studenti che, potendoselo permettere, scelgono di andare a studiare da un’altra parte, assecondando quel vecchio adagio che fa del Sud terra di emigranti e di cervelli in fuga.

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Leonardo Palmisano, sociologo

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