Prendi un fine settimana di primavera, pochi amici veri e metti un dito a caso sulla cartina della Sicilia.\r\n\r\nPerché è una regione bella nella sua pancia, ovunque; nonostante le sue contraddizioni, le sue piaghe e strade sporche, il folklore un po’ macchiato di tanto sud.\r\n\r\nStavolta la scelta è caduta su Siracusa, perché le Tragedie greche sono emozionanti se viste al tramonto, nel suo teatro antico a cielo aperto.\r\n\r\nSiracusa è citta vera, un po’ turistica ma anche rude, dove puzze e profumi sbattono su un mare di ricordo. Ortigia è il suo cuore popolare, l’odore più profondo. Come quello di peperoni arrostiti nel mercato cittadino, vicino a gelsi rossi, pomodori semisecchi, pesce spatola, pistacchi, mandorle, tonno, tonno e tonno.\r\n\r\nPiazza Duomo – con i suoi musicanti, gli artisti di strada e le botteghe di artigianato – è una di quelle superfici che ti rinnova l’orgoglio italiano, se ancora un po’ ce n’è.\r\n\r\nPrendete la macchina al risveglio e girate. L’Oasi di Vendicari, con i cinque chilometri di cammino da Calamosche alla sua torre sono lo spettacolo di una natura silenziosa e riservata, di una bellezza dimessa e meditativa. L’isola delle correnti a Portopalo – punto più a sud della regione – collega Ionio e Tirreno con una stretta che non teme i venti tesi e fascinosi.\r\n\r\nSulla strada del ritorno ci sono Marzamemi e la sua tonnara, piccoli gioielli di Sicilia. Cartocci di pesce fritto, colorati artigiani, piccole piazzette e shopping gourmet. Perché del tonno, ma anche di sgombro, ricciola e cernia, non si lascia nulla. E come fare a non portarsi a casa sopressate, buzzonaglia (trancio ottenuto dalle parti vicine alla lisca), lattume (sacca spermatica del pesce), mosciame (filetto essiccato) e bottarga?\r\n\r\nLa tavola siracusana è una goduria, soprattutto quando si riescono a evitare le trappole turistiche. Crudi, fritture e zuppe di pesce, spaghettoni con le sarde e l’uva passa o con i ricci di mare, triglie e crostacei.\r\n\r\nLe Vin de l’Assassin è un ottimo bistrot con vasta scelta di vini naturali e buonissimi. Le contaminazioni francesi sulla cucina locale funzionano bene, senza estremismi di rivisitazione. Alle spalle, gli scaffali del vino donano le attese emozioni. Quelle emozioni che solo una terra tanto grassa e assolata ti permette di vivere.\r\n\r\n“Grappoli del Grillo” di Marco de Bartoli ti porta a mangiare battuto di tonno crudo a Marsala: selezione maniacale delle uve, corpo austero e longevità.\r\n\r\nPoi ti ritrovi nel bicchiere quello scanzonato di Guccione e il suo Bianco di Cerasa, un blend di Trebbiano e Cataratto. La sua azienda biodinamica si trova nei pressi di Monreale, all’inizio della Valle del Belice: vitigni autoctoni, lieviti indigeni, nessuna filtrazione, malolattica spontanea. Una meraviglia di finezza e dirompenza gustativa accompagna escargot e cannoli di caciocavallo. A seguire arrivano le triglie di scoglio, olio e mentuccia fresca, ad amoreggiare con il Rosammare di Nino Barraco. Nino è l’artigiano del vino di Marsala, colui che ha portato Grillo e Zibibbo alle migliori espressioni stilistiche e personali. Il Rosammare è Nero d’Avola a due passi dall’acqua, luce, sale, macerazione breve e tanto frutto.\r\n\r\nNon mancate una tappa al Red Moon allo Sbarcadero, secondo porticciolo cittadino. Non ci sono fronzoli, ma pescatori che lasciano ciò che a loro ha lasciato il mare. Non c’è poesia di elaborazione ma tanta sostanza, per una mangiata memorabile.

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