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Dopo un lungo silenzio è tornato Tiziano Sclavi. Il padre di Dylan Dog, dopo un’assenza di nove anni, firma un nuovo soggetto in cui l’Indagatore dell’incubo deve affrontare il ritorno di un fantasma terribile, dal quale il personaggio – e il suo autore – è dovuto scappare: l’alcolismo.  Quasi in concomitanza con l’uscita del volume 362 della serie regolare, Sclavi ha rilasciato un’intervista, indispensabile sottotesto per la lettura della storia e la comprensione della sua genesi.

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Dopo Un Lungo Silenzio
Dopo Un Lungo Silenzio
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“Un bicchiere…uno è troppo e cento sono pochi”

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Così come dichiara lo stesso Sclavi, l’autore ha combattuto per anni contro la dipendenza dall’alcol, uscendone grazie all’affetto dei suoi cari e all’aiuto degli alcolisti anonimi. Il lento ritorno del demone – dal volto innocente di una birra, di un bicchiere di vino – è sottile quanto spaventoso. Con Dopo un lungo silenzio, Sclavi consegna ai lettori un messaggio tanto chiaro quanto sofferto: i mostri, che hanno rappresentato per trent’anni la terrificante fortuna di Dylan Dog, non sono nulla rispetto alla sofferenza che riusciamo a infliggerci con il fallimento della volontà, l’isolamento e l’autosabotaggio.

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Owen e Edith sono innamorati. Un giorno, però, lei muore e lui inizia a bere, trattenendola come presenza occulta nella sua vita. Il fantasma di Edith, tuttavia, vive dell’atipicità dell’assenza: la casa di Owen è infestata dal silenzio. Colto da disperazione, perennemente ubriaco, al vedovo non resta che rivolgersi all’Indagatore dell’incubo, consapevole che non c’è nulla di più spaventoso del vuoto. Nel viso stravolto di Owen, Dylan trova lo specchio dei suoi fantasmi passati e la paura di non riuscire a salvare il suo cliente dal pericolo e di essere trascinato dall’altra parte.

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La paura del reale

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Al di là del paranormale, è piuttosto chiaro come ciò che spaventa di più i personaggi – e l’autore – è ciò che è normale. A rafforzare il concetto c’è l’intuizione dell’uso delle fotografie alternate ai disegni: sin dalla sua nascita, la fotografia è stata associata alla riproduzione dell’esistente, prova concreta della presenza reale del soggetto; tuttavia, allo stesso tempo, è stata sin da subito oggetto dei giochi illusionistici dei suoi autori che con sovrapposizioni e trucchi, arguti ma elementari, hanno potuto simulare l’illusione di ciò che non c’è ma che sembra esserci. Come racconta il personaggio del professor Julius Adam, nel 1848 – nove anni dopo la nascita ufficiale della fotografia – nasce lo spiritismo, la scienza dell’occulto. La funzione dell’occulto nella vita dei viaggiatori dell’irrealtà è, come dice lo stesso Sclavi, un punto d’appiglio in un mondo spietato, una speranza del meraviglioso che ha alimentato da sempre l’arte, la letteratura e la cultura dei popoli.  Per questo motivo la fotografia è stata sin dal principio uno dei mezzi preferiti per gli occultisti, che trovavano in essa un mezzo di supporto e rafforzamento delle illusioni. Dopo un lungo silenzio, invece, è la confessione di un uomo onesto, che guarda in faccia i suoi fantasmi e, pur vestendoli di poesia, ammette la dura realtà. La scelta di Giampiero Casertano, con i suoi volti stanchi e consumati, sancisce la sensibilità del curatore che ha affidato l’albo a una della mani più adatte della squadra Bonelli.


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