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Hula: questo il nome del disco d’esordio di Buzzy Lao, giovane bluesman e cantautore torinese. Si tratta di un lavoro che però non è né immaturo né povero, e che mescola generi diversi (blues, folk, soul, reggae) in un amalgama sonoro gradevole.

Il cantautore, con la sua inseparabile chitarra Weissenborn, ha ben chiaro il suo modo di vedere la musica: “Per me è molto importante che tutto quello che suono, scrivo e canto sia in qualche modo strumento e mezzo di guarigione, riflessione, meditazione e conforto, che sia qualcosa di positivo ed onesto, che sia qualcosa di buono. Non riuscirei a concepire la mia musica in un modo differente”.

Perché ha scelto il nome Hula per questo album?

Nasce dall’acronimo di una canzone del disco, Hanno ucciso l’amore. Nei primi mesi di lavorazione continuavo ad abbreviare su appunti a casa e in studio quello che sarebbe stato anche il nome del disco. Col tempo l’acronimo HULA è diventato sempre più appropriato anche al sound che stava crescendo, richiamava qualcosa si esotico ma identificabile anche in un luogo, un’isola, un luogo da raggiungere, da qui la scelta di lasciarlo intatto. La canzone a livello tematico è una delle più rappresentative del disco, motivo per cui l’avevo scelta per dare anche il nome all’intero album.

Quando ha cominciato a pensare alla creazione di questo disco di esordio?

Il disco idealmente nasce a Londra, dove ho vissuto circa 5 anni dividendomi tra svariati lavori e svariate esperienze musicali, dal busking di strada alle famose blues jam e open mic della città fino a diversi e interessanti live club dell’underground londinese. Nasce dall’esigenza di cominciare finalmente un percorso personale a livello artistico che rispecchiasse la mia anima ‘black’ in quanto sono stato da sempre attratto da tutto ciò che suonasse con quel carattere preciso, dal blues tradizionale di Robert Johnson a quello di B.B. King, dal soul della Motown fino al reggae più roots degli esordi. Tutti generi che hanno in comune proprio questa anima ‘nera’. Un’altra grande esigenza era quella di farlo nella mia lingua madre, l’italiano, e questa esigenza nasce proprio a Londra, città dove per certi versi riesci a mettere meglio a fuoco quelle che sono le tue radici perchè ne sei distante e riesci al contempo a capire come la tua emotività sia rappresentata meglio solo ed unicamente da una lingua che riesca a far vibrare corde molto profonde. Per me questa è stata e sarà la sfida più avvincente, cercare di fondere l’amore per una musica davvero poco legata alle tipiche sonorità italiane con la lingua italiana.

La musica di Buzzy Lao spazia tra vari generi musicali con grande naturalezza.

Ti ringrazio. Be’, mi considero figlio dei miei tempi in quanto al giorno d’oggi se sei attratto da un certo tipo di musica hai la possibilità di esplorare e approfondire diversi generi senza molte barriere ad ostacolarti. Anche se ricordo che a circa 12 anni quando ho scoperto Jimi Hendrix ascoltavo solo e solamente lui. Più tardi la mia passione mi ha guidato a scoprire sempre di più, il che molte volte significa fare un passo indietro, quindi andando a ripercorrere quelle che a sua volta erano le influenze di Hendrix scoperchiando un intero mondo fatto del blues più antico passando da Muddy Waters e Albert King incrociando anche il folk di Bob Dylan (di cui Hendrix era un grande fan). In seguito sempre per la straordinaria accessibilità dei giorni nostri a tutta la musica del mondo sono arrivate altre passioni come quelle per il soul di Nina Simone e Marvin Gaye e negli ultimi anni al reggae di Bob Marley da cui mi sento principalmente legato a livello tematico oltre che a livello ritmico e melodico. Far convivere tutti questi genere non è complicato in quanto ritengo che abbiano tutti molti fattori in comune, a partire dal fatto che fanno della forma anche la loro sostanza. Dei più moderni potrei citare i miei cantautori preferiti tra cui Ray Lamontagne e Damien Rice che mi hanno invece guidato nel mondo del cantautorato, non a caso anche loro con un approccio molto ‘pentatonico’ al genere.

Cosa fa un surfer a Torino?

Ahah, non posso considerarmi un surfer in quanto ho provato a fare questo sport poche volte, ma con l’intento e la voglia di cominciare davvero primo o poi. Ultimamente mi sto cimentando nel Longboard Skate che amo proprio per la rara capacità che ha di farti staccare da tutto, gli impegni, i pensieri e tutto il mondo esterno, lo trovo molto simile a suonare uno strumento o a scrivere. A Torino però c’è una bellissima comunità di surfisti capitanati da Marco detto ‘Glide’, con cui ho una grande amicizia e con cui collaboro in tante occasioni sempre legate a questo mondo con cui condivido tanto, a cominciare dall’amore per la natura, la passione di viaggiare e la voglia di stare insieme senza bisogno di circondarsi di tante cose se non di una spiaggia, una chitarra e ottima compagnia.

Da cosa pensa ci sia più bisogno di “guarire”, oggi?

Guarire dalla paura. Sia a livello personale che a livello sociale. Che sia la paura di non riuscire a inseguire un sogno o di essere criticato per farlo o che sia la paura di salutare il vicino di casa o di aiutare uno straniero che non conosciamo. La paura credo sia la cosa di cui ci sia più bisogno di guarigione ed è anche il punto di partenza di tante altre ‘malattie’ di cui siamo circondati. Ma nonostante ciò vedo, sento e percepisco sensazioni positive, siamo tutti più consapevoli oggi della nostra emotività, delle nostre esigenze e forse dei nostri limiti di quanto lo eravamo anni fa. Mi piace sempre cercare di pensare a determinati temi con tutta la speranza che si possa avere.


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