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Si parla di generazione Erasmus quando si racconta di quei giovani europei che, per studio o per lavoro, sono agevolati negli spostamenti nel vecchio continente. Questa mobilità, nell’Occidente in crisi economica, è diventata uno strumento di emancipazione per chi decide di lasciare casa alla ricerca del famigerato “posto migliore”. È la storia – simile a tante altre ma non per questo meno unica – di Gianna Pagliarulo, laureata in Architettura al Politecnico di Bari e partita, per motivi di studio, prima in Spagna poi in Qatar. Ora Gianna vive a Londra, dove lavora in uno studio di Architettura. “Dentro di me ho sempre pensato di lasciare l’Italia  – spiega Gianna – non Bari, perché se mai dovessi tornare in Italia non ci sono compromessi, Puglia, Bari, casa”.

Com’è la sua vita in Inghilterra? Che differenze ci sono, secondo lei, rispetto a Bari?

La vita nel Regno Unito è diversa da quella di Londra. Londra è una città stato in qualche modo, le regole sono diverse, il sapore British è lieve, “London is opened”, Londra è internazionale. Londra, però, non ha qualcosa rispetto a Bari: il calore. Il calore della gente, i sorrisi, la disponibilità, il calore del sole, il barista che ti riconosce e ti chiede come stai, la vicina che si intrattiene sul pianerottolo a parlare con te. A Bari puoi uscire di casa da solo, andare al Chiringuito ed esser certo che incontrerai qualcuno dei tuoi amici. A Londra no, Londra è una città troppo grande per le piccole cose.

Andarsene è un piacere o una necessità?

Credo sia sempre una necessità, per chi non riesce ad accontentarsi. Il concetto di casa resta ancorato alla famiglia, al luogo di origine. Diventa un piacere vivere all’estero se sei forte abbastanza da integrarti nel nuovo contesto, se riesci a costruire la tua casa lì dove decidi di andare.

Il tuo percorso di studi ha influenzato le tue scelte?

Senza ombra di dubbio! Bari mi sembrava così piccola e ho così chiesto e vinto la borsa di studio Erasmus, per un anno ho studiato a Granada, ultima capitale del regno arabo in Spagna. Dodici mesi in una città multiculturale, tra islamici, gitani e spagnoli: ho provato sulla mia pelle il concetto di diversità, ho imparato un’altra lingua, un nuovo modo di insegnare, di studiare, mi sono immersa nel contesto europeo, di unione umana che va oltre i confini territoriali. Ho appurato che il concetto diverso non è così scomodo se comprendi che la normalità è solo cioè che per te è abitudine.

In quanto italiana, si è sentita accolta? E’ difficile integrarsi?

Dopo la Brexit? Beh, è difficile immaginare una vita qui sapendo che il 51% della gente che mi circonda non mi vorrebbe qui, ma senza drammatizzare: Londra, in quanto microcosmo, ti fa sentire la benvenuta.
L’integrazione è più semplice fra italiani o fra immigrati che con i British, ma credo che tutto ciò sia normale, anche noi italiani siamo un po’ restii con gli stranieri no? E poi fra espatriati condividiamo le stesse difficoltà, gli stessi sentimenti ed emozioni, ci comprendiamo reciprocamente rispetto a chi non vive Londra da straniero.

Che consigli daresti a chi vuole fare un’esperienza simile alla tua?

Di partire, il prima possibile. Ma è a chi non crede utile un’esperienza all’estero che vorrei dire: uscite dalla bolla in cui vivete, andate oltre, confrontatevi con il diverso, perché conoscendo il mondo intorno a voi scoprirete che avete un mondo dentro di voi.

Torneresti a vivere in Italia o vorresti restare in Inghilterra?

Al di là delle difficoltà lavorative in Italia, anche se avessi un’ottima offerta: no.
Mi piacerebbe tantissimo, ma una volta che vivi per anni rientrare è difficile, non sei più la ragazza che ha lasciato Bari e non puoi tornare a vivere quella vita quando sei diversa. Non sei neanche una British, non lo sarai mai, ogni luogo e nessun luogo è davvero casa tua. Questo è il prezzo che paghi per la felicità di cui parlavo prima.

È più facile, per una donna, realizzarsi professionalmente e umanamente?

In CV in UK non va inserito: Anno di nascita, Sesso, Foto (quindi etnia), Stato civile, Voto di laurea. Ti selezionano per un colloquio in base a ciò che vali professionalmente e una volta li è illegale porre domande sul tuo stato civile, se hai figli, e se intendi sposarti. Se accade puoi tranquillamente portare in corte i datori di lavoro. Io sono un Project Architect, ho 30 anni e sono una donna, sono a capo o pari di tutte le figure professionali con cui interagisco, spesso solo l’unica donna e la più giovane e nessuno mai mi ha discriminato per questo. Tanto meno per la lingua.


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