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Dalla guerra in Ucraina in un campo da pallavolo a Bari: “Per qualche ora conta solo la palla”

La storia di Zoryana che oggi vive nel Barese, mentre nel suo paese, dove ha lasciato la famiglia, la guerra continua senza sosta

Pubblicato da: Francesca Emilio | Lun, 1 Giugno 2026 - 16:21
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Zoryana ha 22 anni, ha origini ucraine e metà della sua vita l’ha trascorsa dentro un campo da pallavolo. La rete, il pallone, gli allenamenti, la disciplina, tutto è diventato presto qualcosa di più grande di uno sport, un “luogo sicuro”, come quando metti le cuffie e alzi il volume al massimo per non sentire i rumori fuori. Per lei però quei rumori, ben presto, non sono più stati quelli a cui sono abituati molti, il rombo delle auto o magari semplicemente i troppi pensieri, le preoccupazioni “normali”, il chiacchiericcio…sono diventati sempre più simili a quelli della guerra. Da qui la decisione di andare via con l’obiettivo di costruire un futuro migliore. Così, Zoryana, mentre nel suo paese il rumore delle bombe si faceva sempre più forte, è arrivata in Puglia, prima a Trani, poi a Bari, dove oggi milita nel Primadonna Bari Volley, nel campionato di Serie C. Ma andiamo per gradi.

La sua storia comincia molto prima dell’arrivo in Puglia. “Ho 22 anni e la pallavolo è stata il centro della mia vita per metà della mia esistenza”, racconta. “Ho iniziato a giocare professionalmente quando avevo 14 anni. Da bambina sognavo l’indipendenza e cercavo un modo per esprimermi. La pallavolo è diventata presto molto più di uno sport: è un linguaggio di disciplina e un modo per dimostrare a me stessa di cosa sono capace. È lì che, sicuramente, si è formato il mio carattere”, racconta. L’arrivo in Italia nasce da una scelta sportiva, professionale. Ma la guerra, inevitabilmente, ha dato a quella scelta un peso diverso. Non è stata una partenza semplice, né programmata a lungo. “Il mio percorso verso l’Italia è stato una scelta professionale da atleta, ma la realtà della guerra a casa ha certamente aggiunto un peso profondo alla mia permanenza qui”, racconta Zoryana. “La decisione di trasferirmi a Trani è stata presa davvero all’ultimo momento, ma ne è valsa assolutamente la pena. Il mio viaggio in Italia è iniziato a Trani, prima di spostarmi nella zona di Bari”, racconta ricordando i primi passi nell’Adriatica Volley.

La Puglia, dice, ha avuto la capacità di accoglierla. Non solo per il clima, ma per il calore delle persone. Eppure sentirsi a casa, quando una parte di sé resta altrove, non è mai semplice, ne immediato. “La Puglia ha un modo di farti sentire a casa con il suo calore. Non solo il clima, ma le persone”, spiega. “Naturalmente, però, a volte qui mi sento sola. Ucraini e italiani hanno temperamenti molto diversi e modi diversi di esprimersi. A volte questa distanza culturale mi fa sentire un po’ isolata, come se guardassi il mondo attraverso una lente diversa”. Non c’è stato, racconta, un unico momento in cui si è sentita finalmente al sicuro. Piuttosto una somma di piccoli gesti, attenzioni quotidiane, incontri capaci di accorciare la distanza. “Bari non è solo il luogo in cui gioco – ha specificato – è il posto in cui sto imparando a muovermi tra due mondi diversi”.

Fuori dal campo, Zoryana coltiva un’altra parte di sé, legata alla creatività, alla musica, all’estetica. Sta approfondendo la produzione di musica elettronica e il djing, un ritmo diverso da quello della pallavolo, ma con la stessa intensità. “Fuori dal campo sono molto legata all’espressione creativa e all’estetica”, racconta. “In questo momento mi sto immergendo nella produzione di musica. Trovo molto equilibrio anche nella riflessione su me stessa e nel lavoro con un’app di supporto psicologico”. Ma la distanza dall’Ucraina resta una presenza costante. Una doppia vita emotiva, qui gli allenamenti, le partite, la routine; lì la famiglia, le notizie, l’ansia, il pensiero di chi vive ancora sotto la minaccia della guerra.

“Essere qui mentre la mia famiglia vive sotto l’ombra della guerra è difficile”, dice. “A volte porto dentro un senso di colpa per tutto quello che accade ogni giorno nel mio Paese. Non è qualcosa che ferma la mia vita, ma torna continuamente nei miei pensieri, perché io ho la possibilità di vivere qui una vita normale, mentre la mia gente continua a lottare”, spiega.  Con la famiglia si sente ogni giorno. Ma anche nelle telefonate più affettuose resta uno spazio di silenzio, una forma reciproca di protezione. “Parlo con la mia famiglia quotidianamente, ma c’è un patto silenzioso di protezione”, racconta. “Spesso nascondo le mie ansie o i momenti in cui mi sento sopraffatta, perché non voglio che si preoccupino anche per me, oltre a tutto il resto. E so che loro fanno lo stesso con me. Siamo una famiglia molto unita e so che posso chiedere aiuto in qualsiasi momento, ma quello che vivo io sembra così piccolo rispetto a ciò che stanno affrontando loro”, aggiunge.

La paura, spiega, non sparisce. Resta sullo sfondo, fino a quando una notizia o una telefonata mancata la riporta in primo piano. “La paura non se ne va mai davvero. A volte basta una chiamata persa per riportarla a galla”, racconta. “Il momento in cui ho capito che tutto era cambiato non è stato una singola esplosione, ma la consapevolezza che casa non era più un luogo di sicurezza assoluta, ma un luogo di resilienza costante. Questo cambia il modo in cui guardi ogni tramonto e ogni messaggio del mattino. Non dimenticherò mai il giorno in cui mio padre mi ha svegliata la mattina presto e mi ha detto che la guerra era cominciata”, racconta. “Lui e mia madre avevano sentito i primi aerei da combattimento nella nostra città e avevano visto che tutte le notizie parlavano delle città orientali e della capitale. In quel momento pensavamo tutti che la guerra sarebbe durata pochi giorni o settimane, sicuramente non anni”.

Oggi la pallavolo resta il suo punto fermo. Non cancella il dolore, ma le dà “struttura”. Le permette di rimanere dentro il presente, almeno per qualche ora. “La pallavolo è la mia via di fuga”, spiega – “è la disciplina che mantiene strutturata la mia vita quando il mondo sembra caotico. È una fuga perché, per quelle ore in campo, l’unica cosa che conta è la palla. Sì, ci sono giorni in cui durante l’allenamento la mia mente va all’Ucraina, ed è molto difficile restare concentrata”. La storia di Zoryana è quella di una giovane atleta che vive tra due dimensioni: la costruzione di un futuro in Italia e il legame con un Paese che resiste. È una storia di migrazione sportiva, ma anche di distanza emotiva, identità, paura e forza. Una forza che, per lei, non coincide con l’idea di essere sempre invincibili.

“Se potessi dire una cosa a chi legge, sarebbe questa: va bene essere vulnerabili”, conclude. “Ognuno di noi, non importa quanto forte appaia, attraversa periodi di crisi. È una parte naturale dell’essere umani. Spesso sentiamo la pressione di mostrarci freddi, di fingere di avere tutto sotto controllo, come se chiedere aiuto fosse un segno di debolezza. Ma ho imparato che l’errore più grande è cercare di affrontare tutto da soli”. Poi aggiunge: “Ci sono persone pronte a sostenerti, ma devi permettere loro di entrare. Non restare solo con le tue difficoltà. La forza non è essere intoccabili, è avere il coraggio di dire ‘sto facendo fatica in questo momento’ e accettare la mano che ti viene tesa. La mia coscienza non mi lascia arrendere proprio perché ho iniziato a credere di non essere sola in tutto questo. Ci siamo dentro tutti insieme. E va bene non stare bene”, conclude.

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