Da Bitonto a New York, passando per Parigi. Il percorso di Simone Cenko, pugliese di trent’anni, racconta come la ristorazione d’alto livello possa diventare una strada percorribile per chi parte dal basso e ha voglia di costruirsi qualcosa fuori dai confini della propria regione. Oggi lavora nel gruppo Dinex, fondato dallo chef Daniel Boulud, una delle realtà più riconosciute dell’ospitalità e della ristorazione di New York. Ma la storia inizia molto prima, e molto più vicino a casa.
Simone, dov’è cresciuto?
«Sono nato a Bitonto, ho trascorso la mia infanzia a Palo del Colle e sono cresciuto a Bari, una terra alla quale resto profondamente legato ancora oggi».
Come nasce la passione per questo lavoro?
«Sono cresciuto in una famiglia legata alla ristorazione: mio padre è cuoco e fin da bambino ho avuto la possibilità di vivere questo ambiente da vicino. Ricordo ancora quando mi portava con sé in cucina e mi faceva partecipare alle preparazioni più semplici. Con il tempo quella curiosità è diventata una passione e poi una professione». Il primo passo fuori dalla Puglia è stato verso Rimini, appena uscito dalla scuola alberghiera. Curriculum consegnati a mano, uno ad uno, girando alberghi e ristoranti tra la città e la costa romagnola. Una gavetta che Simone considera ancora oggi fondamentale. «Mi ha insegnato a comprendere davvero il valore di questo lavoro, a rispettare ogni ruolo e a costruire solide basi professionali. Da lì è nato il desiderio di puntare sempre più in alto e di confrontarmi con realtà sempre più prestigiose.»
La tappa successiva è stata Villa Crespi, la struttura guidata dallo chef Antonino Cannavacciuolo, dove Simone ha trascorso circa quattro anni. «Per me Villa Crespi rappresenta molto più di un’esperienza lavorativa e considero quell’esperienza fondamentale per la persona e il professionista che sono oggi. È stato il luogo dove ho costruito le basi del mio percorso, sviluppando valori che porto ancora con me, come la disciplina, l’attenzione ai dettagli, il rispetto per il lavoro e la continua ricerca dell’eccellenza». Poi Parigi, con esperienze al Cheval Blanc Paris, parte del gruppo LVMH, e al Pavyllon Ledoyen, guidato dallo chef Yannick Alléno. Infine New York, dall’agosto 2025, a 29 anni.
Cosa l’ha spinta a fare questo ulteriore passo?
«Dopo le esperienze maturate in Italia e in Francia, sentivo il bisogno di uscire ancora una volta dalla mia zona di comfort e confrontarmi con una realtà completamente diversa. New York ha sempre rappresentato per me il simbolo delle opportunità, del dinamismo e della crescita professionale».
Qual è stata la difficoltà più grande nell’integrarsi?
«Più che la lingua, la sfida più grande è stata adattarmi ogni volta a una nuova cultura e a un nuovo modo di vivere e lavorare. Quando ci si trasferisce in un altro Paese bisogna uscire dalle proprie abitudini, osservare, ascoltare e avere l’umiltà di imparare da ciò che ci circonda. È stato così in Francia ed è stato così anche negli Stati Uniti». La Puglia, però, non è mai davvero lontana. Simone dice chiaramente che partire non è stata una fuga. «Più che qualcosa che mi frenava, ho lasciato tante cose a cui ero profondamente legato: i miei parenti, gli amici, le abitudini e quei luoghi che fanno parte della tua identità. La distanza è probabilmente il sacrificio più grande, ma mi ha insegnato ad apprezzare ancora di più le mie origini e tutto ciò che mi porto dentro della mia terra».
Cosa direbbe ai giovani pugliesi che vogliono intraprendere questa strada?
«Ai giovani della mia terra direi di non avere paura di mettersi in gioco e di credere nei propri sogni, anche quando sembrano lontani o difficili da raggiungere. Partire non significa dimenticare le proprie radici. Al contrario, spesso è proprio quando si è lontani da casa che si comprende davvero il valore della propria terra e di ciò che ci ha insegnato». E sulla Puglia, Simone non ha dubbi: «La Puglia farà sempre parte di me, indipendentemente da dove mi porterà il mio percorso professionale. È una terra straordinaria che porto sempre con me e alla quale sarò sempre grato per i valori che mi ha trasmesso».
