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BARI – Via Davanzati è la strada dei negozi indiani, in via Melo spopolano le boutique cinesi, in via Principe Amedeo c’è il primo bar gestito da due giovani e intraprendenti donne africane. In via Crispi, a pochi passi dal Tribunale, c’è un minuscolo e quasi invisibile market gestito da nigeriani, dove però l’italiano che entra non è accolto a braccia aperte. Anzi, viene visto con diffidenza mista a preoccupazione. In via Carulli e in piazza Luigi di Savoia ci sono due parrucchieri per donna e uomo, competitivi nei prezzi. E poi decine di kebabberie, ristoranti, pizzerie, bar. Ad un occhio attento non può sfuggire un fenomeno ormai visibile, l’aumento di esercizi commerciali di proprietà di immigrati. I cinesi la fanno da padrone, ma si stanno facendo spazio anche gli indiani e i nigeriani. “La galleria del Bangladesh”, “L’emporio di Chinatown”, Bari alla pari delle altre città italiane si sta internazionalizzando. Oggi gli imprenditori stranieri che gestiscono un’attività commerciale nel capoluogo pugliese sono 4.134, nell’ultimo anno sono lievitati di circa 800 unità. Se i negozianti baresi arrancano e sono costretti dalla crisi ad abbassare le saracinesche, gli immigrati si fanno intraprendenti e inaugurano le loro boutique. In alcuni casi alla moda, eleganti come il bar Black Lounge gestito da tre donne africane in via Principe Amedeo, nel popoloso quartiere Libertà. “All’inizio c’era molta diffidenza nei nostri confronti – dice una delle ragazze dietro il bancone – soprattutto da parte delle donne, ma adesso ci vogliono bene tutti e siamo apprezzati”. Le boutique di parrucchieri sono ad appannaggio dei cinesi: forti dei loro contanti,  rilevano le attività gestite dai baresi cadute in disgrazia, assumono altro personale cinese che va ad affiancarsi ai vecchi proprietari e dipendenti. Così i posti di lavoro sono salvi, ma il rischio d’impresa passa di mano. I market indiani sono un trionfo di colori e profumi, Borderline è stato in ognuno di questi nuovi spazi commerciali.


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