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Possiamo decidere di non guidare se abbiamo paura degli incidenti stradali.

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Possiamo decidere di non fumare se abbiamo paura del cancro ai polmoni.

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Possiamo decidere di dormire con la luce accesa se abbiamo paura del buio.

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Non possiamo decidere se la nostra paura è il terrorismo.

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Le vittime del terrorismo non sono solo i morti, i loro familiari, i sopravvissuti. Lo siamo tutti, colpiti in maniera subdola da quelle immagini e da quei racconti che hanno provocato cambiamenti nel nostro modo di vivere e nei nostri cervelli, al punto da aumentare il rischio di attacchi di cuore anche per chi è stato lontano da tali violenze.

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Cosa succede nei sopravvissuti ad un attacco terroristico: quando una persona ha di fronte a sé un uomo armato, all’improvviso in un teatro, l’amigdala dà l’allarme, aumenta il rilascio di adrenalina e cortisolo che aumentano l’attività di cuore e polmoni; l’attenzione si focalizza solo sulle informazioni che potrebbero aiutare la sopravvivenza. Quando si è fuori pericolo solitamente il funzionamento corporeo torna alla normalità. Ma non sempre. Diversi studi hanno dimostrato che in questi casi è facile che si sviluppi un disturbo post traumatico da stress: i sopravvissuti continuano a rivivere il trauma e possono sviluppare sintomi quali irritabilità, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza.

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Cosa succede invece in tutti noi, vittime “indirette”? A seguito dell’attacco terroristico dell’11 settembre molteplici studi hanno cercato di rispondere a questa domanda e hanno rilevato che i soggetti che vivevano nella paura di essere vittime di attacchi tendevano a sviluppare maggiormente depressione, ansia, ostilità, abuso di alcol. La National Academy of Science ha pubblicato nel 2014 uno studio i cui partecipanti erano 17000 israeliani che vivono in un paese in cui gli attacchi terroristici sono all’ordine del giorno. È stato visto che nei soggetti con alti livelli di paura del terrorismo il battito cardiaco durante la fase di riposo aveva una frequenza di 10/20 battiti al minuto superiore alla norma, fattore che aumenta il rischio di infarti e ictus. L’aumento della frequenza è stata associata a cambiamenti chimici nel cervello: tramite gli esami del sangue si è vista una diminuzione nella funzione dell’acetilcolina, un neurotrasmettitore che è coinvolto nella risposta allo stress e che agisce bloccando i processi di infiammazione. Quando però i livelli di acetilcolina sono troppo alti il sistema immunitario si indebolisce, rendendoci più vulnerabili.  Inoltre l’ansia indotta dal terrorismo provoca la produzione di piccole molecole genetiche chiamate microRNA che possono alterare la regolazione del sistema nervoso.

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Come succede con lo stress il nostro corpo mette in moto una risposta adattiva anche in risposta alla paura e quindi al terrorismo. Ma anche in questo caso la risposta adattiva potrebbe trasformarsi in risposta nociva.

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L’ignoto, il non sapere che può succedere, genera paura. Ma la paura, da un punto di vista adattivo, ci permette di reagire. Diverso è se decidiamo di chiuderci in casa, di non prendere l’aereo e di non andare allo stadio per evitare ogni pericolo. Così facendo rafforzeremmo tutte le nostre convinzioni negative e non potremmo sperimentare le esperienze positive (come per esempio l’aumento delle misure di sicurezza, dei controlli, del divertimento e della spensieratezza) che ci permetterebbero di smentire le nostre credenze e di diminuire i livelli di paura e di eventuale ansia, ridandoci la LIBERTA’ di vivere.


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