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Genius è il biopic letterario sul genio, appunto, di Thomas Wolfe (Jude Law), autore dei capolavori Angelo, guarda il passato Il fiume e il tempo. Definito come il più talentuoso degli scrittori di una generazione che ha visto nomi eccelsi come Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway salire alla ribalta, Wolfe è stato gravemente trascurato dal cinema. Genius è il pallido e malriuscito tentativo di restituirgli la gloria immortale che meriterebbe.\r\n\r\nSono gli anni ruggenti, un periodo per il quale la fascinazione del cinema degli ultimi anni sembra non riuscire ad esaurirsi, in una New York dissoluta e monumentale. William Maxwell Evarts “Max” Perkins (Colin Firth) è l’editore capo della celeberrima casa editrice Scribner’s, padre di cinque figlie e generoso mecenate.\r\n\r\nLa sua vita è divisa tra la lettura scrupolosa dei romanzi che finiscono sulla sua scrivania e una vita familiare pacifica e mediocre, da cui ama defilarsi. La mancanza di un punto di contatto tra il professionale e il privato viene però presto colmato dalla comparsa nella vita di Perkins di un promettente scrittore, forse il più promettente di tutti, il giovane e travagliato Wolfe, per l’appunto.\r\n\r\nDalla relazione di amicizia tra i due uomini nasce una collaborazione professionale fruttuosissima che lancia l’umorale Wolfe nell’olimpo della letteratura di quegli anni, della letteratura americana intera. In un alternarsi dubbio di continui battibecchi e languidi sguardi d’intesa, i due, autore ed editore, confezionano due capolavori immortali, i sopracitati romanzi. Mentre la complicità professionale dei due è esplorata lungamente, l’affinità elettiva che li accomuna è data per scontata, non raccontata, e le problematiche che li dividono solo accennate.\r\n\r\n\r\n\r\nA fare da contraltare alla visione parziale e sdolcinata che Perkins ha del suo pupillo, entrano in campo i suoi due altri campioni letterari, il malinconico Scott Fitzgerald e il vivace Hemingway, che offrono il loro punto di vista sulla personalità cangiante di Wolfe e sui suoi eccessi narcisistici. I due compaiono, in fondo, per aggiungere ad un film, altrimenti piatto e atono, quella punta di glamour e quella profondità drammatica che alla pellicola mancano quasi del tutto.\r\n\r\nInfine, l’altra, chiara pecca del film è riassunta nella figura scialba che è l’amante di Tom; l’Aline Bernstein di Nicole Kidman vuole essere un’imprevedibile manipolatrice ma riesce solo ad essere nevrastenicamente monodimensionale, senza aggiungere niente alla vicenda complessa dell’autore.\r\n\r\n\r\n\r\nSe il film voleva restituire un ritratto a 360 gradi di Wolfe, l’impresa non gli riesce ed è il più grande rimpianto che gli si può rimprpverare. La storia con Perkins, orfana di un background su quello che doveva essere il suo protagonista, offre uno spaccato scarso nei suoi riferimenti letterari, avaro nell’attribuire carattere ai suoi protagonisti e complevolmente ordinario nel raccontare una storia che doveva essere grandiosa.


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