Gianni, uno dei brani dal terzo album di Olden, Ci hanno fregato tutto, è ora anche un videoclip con Angelo Orlando e per la regia di Wayne Scott. Olden, nome d’arte di Davide Sellari, è un cantautore nato a Perugia ma da anni ormai a Barcellona. Il progetto Olden matura lì, e nel 2011 viene pubblicato il suo primo album solista, in inglese, seguito nel 2015 dal secondo, tutto in italiano: Sono andato a letto presto. In questo suo terzo album, hanno accompagnato Olden (voce, chitarra): Enrico Giovagnola (piano, synth), Andrea Foreschi (chitarra), Francesco Miceli (batteria, percussioni), Giacomo Rossetti (basso elettrico).

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La copertina porta la firma di Renzo Chiesa. Cosa si voleva comunicare?

Sono davvero orgoglioso di questa copertina che, come giustamente ricordi, è opera del grande Renzo Chiesa.
Ho conosciuto Renzo qualche anno fa, durante la mia prima partecipazione al Premio Tenco, c’è stato con lui un feeling immediato e l’idea della copertina è nata spontaneamente, durante una delle nostre ultime chiacchierate. Renzo (per i pochi che non lo sapessero) è autore di copertine storiche, come Dalla (di Lucio Dalla, ovviamente, foto che è diventata poi il “logo” del cantautore bolognese) e Un gelato al limon (Paolo Conte) e molte altre.
Spero che mi porti almeno la metá della fortuna che é toccata ai miei predecessori!
Stavo cercando un’immagine d’impatto ma allo stesso semplice e che, in un certo modo, descrivesse il mood dell’album e si legasse al titolo, Ci hanno fregato tutto.
Renzo tempo fa mi mandò alcuni scatti e mi propose questa foto; mi colpì subito moltissimo e insieme pensammo che avevamo trovato quello che stavamo cercando.
Rappresenta l’essenziale, la forza, la resistenza; è forse un’armatura, o forse no: preferisco che ognuno veda quello che gli pare, altrimenti che gusto c’è?
È quello che resta togliendo tutto il superfluo, è la bellezza incantata, non più prigioniera, e più forte di qualsiasi altra cosa, perché ora è vera, reale.

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Perché Olden ha sentito il bisogno di un cambiamento così netto rispetto all’album precedente?

Ogni bisogno, essendo tale, non credo abbia una spiegazione o almeno non una sola; è verissimo, le differenze con l’album precedente sono piuttosto nette, sia a livello di testi sia per quanto riguarda la struttura musicale.
Probabilmente quando scrissi le canzoni di Sono andato a letto presto stavo vivendo ancora qualche piccola nostalgia dovuta alla lontananza da “casa mia” (come sapete vivo a Barcellona da ormai quasi 10 anni): gli amici, la famiglia, insomma, tutto quello che si chiama “casa”, appunto.
E poi ogni disco è un po’ un mistero, prende forma poco a poco, trasportato dalle canzoni, senza sapere esattamente quale sarà il finale; non credo che si possa decidere come fare un disco, sono le canzoni che comandano (almeno così dovrebbe essere, se si vuole essere sinceri con chi ci ascolta)
In questo nuovo album semplicemente voglio raccontare la mia versione dei fatti, di quello che vedo e sento; e quello che sento é spesso rabbia, indignazione, disaccordo con la maggioranza.
E soprattutto sento di non aver bisogno di somigliare a nessuno, non voglio aver paura di dire quello che penso, e racconto la “mia verità”, cercando di trasmetterla nel modo più sincero possibile.
Forse non mi sento più solo come anni fa, per questo non mi nascondo nell’intimismo, non ne ho più bisogno ormai.
Cerco di essere autentico, libero, e anche un po’ incazzato.
Parlo alle nuove generazioni forse perché ora sono padre, un padre un po’ preoccupato di quello che vede intorno a sé e che vorrebbe lasciare a sua figlia un mondo migliore.
A proposito, un consiglio: fate ascoltare ai vostri figli bella musica, solo e sempre bella musica, é uno dei piccoli segreti per migliorare le cose, ne sono certo.

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Cosa “sarebbe stato meglio”?

Qualsiasi cosa è meglio di una pelliccia di visone, ad esempio.
Tutto ciò che è vero e che non è apparenza vince sempre, o almeno così dovrebbe essere; una buona fetta di questa società si sta rincoglionendo, sempre di più, dopata dall’immagine, dalle pose idiote e disperate di una vita che non è vita, ma solo solitudine mascherata.
Si fa sempre più fatica ad intercettare dei contenuti, in ogni campo: nell’arte, nella politica, anche nel semplice stare insieme (quando si sta insieme davvero e non dietro ad una tastiera)
Con questo brano cerco di buttare fuori un po’ di roba, così, in modo forse catartico, e chiudo dicendo che “non ho bisogno di niente, non ho bisogno di nessuno” (se queste sono le persone intorno a noi, se queste sono le cose che abbiamo a disposizione…)

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Mi ha colpito come Pianeta Rosso, il brano più intimo (e a me pare, un po’ malinconico) dell’album sia anche un riferimento a Marte, un pianeta che magari ci dà invece un senso di esuberanza e di potenza. L’unico momento di potenza è il “farsi esplodere” del finale. Da cosa ha derivato questo accostamento Olden?

Forse non proprio malinconico, certo pervaso da un malessere interiore, da un’insoddisfazione, ma senza segni di rimpianto.
C’è la consapevolezza (dura da accettare ma già accettata) che tutto può cambiare, anche se in fondo vorremmo che così non fosse.
Il Pianeta Rosso è forse un ricordo idealizzato, cristallizzato, probabilmente un luogo che rappresenta quello che potrebbe essere ma che in realtà non conosciamo davvero.
Forse è l’illusione di poter vivere altrove, per rivivere ancora, di nuovo.
L’esplosione è un’immagine che racchiude tante cose ma che fondamentalmente vuol dire: “ok sono pronto, siamo pronti, tra qualche secondo non ci saremo più”.
O almeno, non più insieme.
È un ultimo atto d’amore, prima che tutto si dissolva.
Cerco l’intimità su Marte perché lì non può vedermi nessuno: se mi va posso pure piangere, urlare, tanto chi se ne accorgerebbe?

Ci hanno fregato proprio tutto o quasi tutto? Cosa ci resta?

Me lo sono chiesto anche io: alla fine, insomma, tutto o quasi tutto?
Se ci avessero fregato davvero tutto ora non sarei qui a parlare del mio nuovo album, per cui la risposta finale è senz’altro “quasi tutto”
E poi io non sono rassegnato, non è questo quello che voglio trasmettere, non sono (come dicevamo) neanche malinconico; sto dicendo che le cose potrebbero andare molto meglio, ma prima dobbiamo accettarlo, dobbiamo sentire che ci stanno prendendo a schiaffi.
Incassare ma poi reagire.
Ritrovare la verità, la bellezza, l’autenticità.
E la lentezza.
E soprattutto non affidarci alla speranza; la speranza è spesso solo un’inconsapevole sconfitta, un concetto che ci rende sudditi, succubi del nostro destino.
Abbandonare le frasi fatte, gli slogan, il conformismo rassicurante, cercare le risposte che più ci piacciono, non quelle che piacciono agli altri.
Non ci facciamo fregare, siamo ancora in tempo, possiamo prenderci ancora tutto, ignorare i falsi valori dell’apparenza e prenderli a calci, allontanarli da noi.
In fondo cosa c’è di più bello che essere liberi e non andare d’accordo quasi con nessuno?
Provateci.

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